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Monthly Archives: settembre 2006

Canzone quasi d’amore

Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo
per raccontarti il vuoto che al solito ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi,
giocando coi miei giorni,
col tempo.
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti,
o che “per le mie navi son quasi chiusi i porti”;
io parlo sempre tanto ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita,
costretta come dita
dei piedi.
Queste cose le sai perché siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali;
perché siam tutti soli ed è nestro destino
tentare goffi voli d’azione o di parola,
volando come vola
il tacchino.
Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno,
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sciupiamo niente
in tributi alla gente,
o al sogno.
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell’energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato,
vestendo abiti lisi buoni ad ogni evenienza,
inseguendo la scienza
o il peccato.
Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia;
perché siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni,
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri,
coglioni.
Ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata?
ti dono, se vorrai, questa noia già usata,
tienila in mia memoria ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto,
che la noia di un altro
non vale.
D’altra parte lo vedi, scrivo ancora canzoni,
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare,
grattarsi.

Francesco Guccini

 

Posted by on 30 settembre 2006 in Canzoni, Poesie

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Siamo soli

Immagine pubblicata su gentile concessione (non ancora richiesta) di ObbyCosì canta Vasco. E non a torto.
Diciamocelo chiaramente: alla fine dei conti siamo soli e non sprofonderemo nel pessimismo cosmico ad ammetterlo.
Quasi (il quasi è d’obbligo) tutti abbiamo intorno tante persone: genitori, marito o moglie, figli, parenti vari, amici irl (ndr: in real life) e amici in rete. Queste persone partecipano alla maggior parte della nostra vita. Con loro condividiamo gioie e dolori, ci inumidiamo le spalle a vicenda, ci sentiamo al telefono, beviamo qualcosa al bar. Con alcuni (alcune, nel mio caso, e non contemporaneamente, ahimé) di loro facciamo persino l’amore, uno dei gesti di condivisione più intimi in assoluto.
Ma queste persone conoscono tutto del nostro vero essere? Dopo che abbiamo pianto sulle loro spalle, quando tornano alla loro vita, con chi rimaniamo se non con noi stessi?
E non pensate che questa sia una cosa meravigliosa?
Si, perché dopotutto lo stare in solitudine non è altro che vivere un momento di intimità profonda, la più profonda immaginabile, quella che non concederemmo (si, “concederemmo” e non “concederemo”, perché nel futuro chissà mai che non cambi idea) mai a nessuno.
In questi momenti scatta l’autocritica, il punto della situazione, anche la dietrologia (che la politica ci dice essere cosa cattiva). Scattano persino i “cosa – se”, stimolando i pigri neuroni a creare nuove e ardite connessioni sinaptiche che mai avremmo sperato di ottenere. E un cervello umanisticamente attivo, si sa, facilita la socializzazione.
Visto? Alla fine di questo fiume incontrollato di pensieri sono giunto ad una conclusione rivoluzionaria: accettare e vivere la solitudine aiuta la vita sociale. Una patologia che si cura da sé semplicemente accettandone l’esistenza e coltivandola!
Incredibile. Vincerò un Nobel? Sicuramente nemmeno una copia contraffatta del Mongolino d’Oro.
E’ bello sapere di poter godere della compagnia di chiunque abbia voglia di starci accanto. Lo è altrettanto essere consapevoli che la solitudine è lo stato fondamentale della nostra vita.
E goderne…

 

Posted by on 27 settembre 2006 in Riflessioni

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Ultimo viaggio

Ho fatto un viaggio. L’ultimo, in un certo senso.
Ho volato sul mare ma non l’ho visto, perché il temporale me lo ha impedito. Non mi ha però impedito di godere una splendida alba sopra le nubi.
Ho osservato altri viaggatori, nell’immensa stazione, affannarsi a trovare una direzione, mentre aspettavo di prendere la mia.
Ho sceso le scalette del treno senza sentirmi a destinazione. Ho cercato i visi noti tra le facce anonime che attendevano sul marciapiede. Solo dopo l’abbraccio di chi mi attendeva ho provato quella meravigliosa sensazione di essere arrivato, di essere a casa.
Ho ripercorso le strade che vidi per la prima volta oltre due anni fa e mi sono nuovamente estasiato nel godere delle imperfezioni dei muri, degli effetti del tempo su di essi, dei balconi che non cadono a pezzi solo per l’ingenua volontà di chi ci tiene il suo piccolo giardino: qualche fiore rosso, una piantina di basilico, quel tulipano che non vuol saperne di sbocciare.
Ho visto colori che non rivedrò più. Ho cercato di catturarli in tante istantanee digitali, ma le nuvole e la modestia dei mezzi non hanno reso che un’infinitesima parte di quanto i miei occhi hanno ammirato.
Ho sentito i profumi esaltati dalla pioggia insistente: quello del muschio sui muri in pietra larghi quanto un corridoio, quello dell’aria fresca della sera che filtra dalle enormi persiane, quello delle candele e delle essenze che riempiono l’unica stanza che funge da soggiorno, da cucina, da camera da letto e da studio.
Ho goduto dell’abbraccio sincero della mia ospite, un abbraccio che ha bisogno solo di se stesso per darsi un senso, un abbraccio che racchiude tutto il bene del mondo. Mi ci sono cullato e ho sognato non finisse mai quello stato di quiete e serenità che infondeva in me il suo respiro sul mio petto.
Ho ascoltato il silenzio nella casa che mi ha ospitato per la quinta ed ultima volta. Ho inspirato a pieni polmoni prima di lasciarla. Ho percorso con lo sguardo tutte le pareti del piccolo monolocale per imprimerle nella mia mente; le ricordavo proprio così ed è così che le ricorderò ancora.
Perugia è proprio una bella città. Ma d’ora in avanti, per me, lo sarà un po’ meno.

 

Posted by on 21 settembre 2006 in Riflessioni

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C’era una volta il West

Ecco in foto il famoso bandito Lazy the Gavettoner, pistolero famoso più per la sua classe che per la velocità della sua pistola. Egli era solito vincere con l’astuzia i rari duelli in cui veniva (suo malgrado) coinvolto.
Ha ucciso Billy the Kid cantandogli la sua ninna nanna preferita, quella che gli cantava sempre la vecchia madre, e facendolo addormentare in una pozza di abbeveraggio per i cavalli. Il povero Billy avrebbe probabilmente galleggiato per tutta la durata del pisolino se l’astutissimo Lazy non gli avesse legato al collo un’incudine da 25 chilogrammi.
Ha fatto sparire (eh si, perché nessuno ne ha trovato i resti) il famigerato Butch Cassidy. Si dice lo abbia sepolto vivo in una vecchia miniera, convincendolo ad entrare nell’oscuro cunicolo con il miraggio di un sacco di pepite d’oro per fargli poi esplodere alle spalle l’unico ingresso disponibile; casualmente, quell’unico ingresso costituiva anche l’unica via d’uscita.
Ha reso Calamity Jane una povera casalinga frustrata, facendole sfornare 7 gemelli (è stato il primo parto ettagemellare del West) e costringendola a preparare manicaretti da mane a sera. La lasciò con i pargoli promettendole di tornare appena lei avesse imparato a cucinare gli spaghetti alle arselle. Si dice la poveretta stia ancora cercando di capire cosa siano gli spaghetti; le arselle, invece, aveva ben pensato di sostituirle con le lingue di gatto.
L’ultima storia su Lazy the Gavettoner che gira per le lande desolate del selvaggio West risale al 3 Settembre scorso, quando si ritrovò invitato alla festa della tosatura dei bovini gemelli, presso il Ghiani’s Corral. Sapeva bene che quell’invito nascondeva qualcosa di losco, ma il suo animo avventuriero ed impavido lo portò ad accettarlo senza un briciolo di paura.
Giunse sul luogo nel primo pomeriggio, con un sole caldo e accecante che dominava la prateria. Il cancello era chiuso e i feroci cani addestrati alla guardia corsero subito verso di lui digrignando i denti ed abbaiando violentemente. Senza battere ciglio, Lazy scese da cavallo lentamente, assicurò il suo destriero e si diresse dritto verso i cani, guardandoli dritti negli occhi con sguardo penetrante. Sarà stato il suo sguardo, sarà stata la sua spaventosa presenza fisica, uno dei cani invertì la marcia e, con la coda fra le gambe, corse via tra guaiti sconnessi e timidi latrati. Qualcuno dei presenti giurò di aver sentito uscire dalla bocca del cane anche dei miagolii, degli squittii alcuni gracidii e persino una canzone di Paola e Chiara, ma nessuno gli diede credito. Il secondo cane stava comunque avvicinandosi al nostro prode pistolero il quale, in tutta calma, estrasse la pistola, la puntò alla testa dell’animale sollevando il cane (quello della pistola, non l’animale) preparandosi a fare fuoco. Arrivato a un passo dal canide, con mossa rapida e possente, gli strinse la gola nella mano sinistra e gli puntò la pistola sul muso. Il cane capì e pensò (non lo disse solo a causa di una laringite che lo aveva colpito giorni prima): “Tu sei il mio padrone”. Lazy, nella sua immensa magnanimità, lo lasciò vivere.
In quel momento, attirata dal latrare dei cani e dal sublime profumo della colonia del nostro pistolero, giunse una vecchia conoscenza: Calamity Pasty.
Lazy si voltò di scatto ed ebbe un sussulto nel vedere com’era cambiata. Aveva perso almeno 60 chili ed aveva finalmente dismesso gli abiti da matrona che portava quando gestiva un bordello a Guasillon City. A quei tempi, la “Piccola Pasty” (come la chiamavano abitualmente i distinti frequentatori del suo locale) aveva un debole per Lazyto (così lo chiamava lei) e quest’ultimo era sempre costretto a fuggire dalla finestra per evitare che il quintalico corpicino della Piccola finisse non troppo casualmente sopra di lui.
Gli ci volle un po’ per riprendersi dalla sorpresa. Nel frattempo il canide rischiò di morire soffocato, perché la stretta di Lazy era possente come quella di una morsa fatta con il Pongo. La Piccola Pasty che aveva davanti agli occhi contrastava con l’immagine pingue che aveva nella mente. La donna vestiva come una moderna Daisy Duke (come facesse a conoscerla il Lazy, questo è tuttora un mistero), con dei pantaloni attillati, una camicia blu che le copriva a malapena il procace (Oddio no! Era dimagrita anche li!) seno e degli stivali con degli altissimi tacchi a spillo; dopo il suo passaggio ci si potevano seminare gli occhielli, visti i buchi che lasciava sul prato. Ma quello che più colpì il nostro fu la pistola che teneva ben stretta nella mano destra, maneggiandola con perizia e bravura che non erano certo associabili ad una vecchia matrona.
Non ebbero neppure il tempo di scambiarsi una parola quando sentirono degli ululati familiari: uno sparuto gruppo di indiani Cippirimochi correvano rapidamente verso di loro.
Ma l’astuzia del Lazy e la ritrovata agilità della Piccola Pasty permisero loro di non farsi sopraffare: il pistolone di Lazy finì subito puntato alla nuca dello sciamano del gruppo, tale Otacovva, che continuava ad agitare il manico di scopa che aveva in mano come se volesse richiamare la pioggia acida. I due guerrieri, dal canto loro, puntavano la punta delle loro frecce verso il viso imperscrutabile e cattivo del Lazy. Piccola Pasty non si sforzò troppo in questo frangente, aveva addirittura messo la pistola nella fondina, quasi fosse complice. Quasi….? D’Oh!
La situazione si capovolse in un attimo. Calamity Pasty si allontanò lentamente ridacchiando sotto i baffi ormai in ricrescita. Lazy la sentì urlare tra le risate frasi del tipo “Io sono dio”, “Il mondo è mio”, “Tanto muori gonfio”. La situazione, quindi, divenne tragica.
Lo sciamano Otacovva continuava ad agitare la scopa in preda ad un delirio da trance prolungata (o da oppio tagliato male).
La sqaw Ancilapunche (che tradotto significa “Svegliata con Rutto”) puntava il suo arco contro la nuca scoperta dell’impavido Lazy.
Il guerriero Unga-Munchi (trad: “Coscia di elefante indiano che vive vicino a Kualalumpur nonostante sia nato vicino a Bombai da madre africana e padre ignoto”) prendeva di mira l’orecchio destro del coraggioso cowboy.
L’azione di Lazy fu rapida; puntò il pistolone dritto verso il basso ventre di Unga-Munchi e gli disse queste parole: “Quando un uomo con la pistola incontra un indiano Cippirimochi (trad: “con l’arco dalle frecce spuntate e con una mira pari a quella di un pipistrello orbo a mezzogiorno”), l’indiano Cippirimochi è un indiano morto. Se non ve ne andate faccio rotolare le tue tre palle (gli indiani Cippirimochi sono famosi per averne 3) spelacchiate per tutta la prateria!”. Sentendo il tono deciso del pistolero e avendo inspiegabilmente compreso le sue parole, il gruppetto di indiani abbassò gli archi e ripose le frecce. Solo lo sciamano continuò la sua danza ancora per qualche momento, fino a quando Ancilapunche non si prodigò in uno di quei rutti che le valsero il nome, svegliando Otacovva dalla sua oppiacea trance.
Lazy non perse tempo. Corse verso il suo cavallo, vi montò di corsa e galoppò veloce, seguendo una nuvoletta di polvere in lontananza: Calamity Pasty che cavalcava via.
La raggiunse e la sfidò a duello. Lei non poté rifiutarsi. L’epilogo è scontato. Vi dico solo che a Lazy bastò un unico colpo. Dopo averla stesa si avvicinò a lei. Respirava ancora. Sembrava voler dire qualcosa. Sicuramente l’amore della pingue Piccola Pasty non era scivolato via assieme ai chili perduti; si, con l’ultimo respiro, la ora affascinante Calamity Pasty voleva dichiarare il suo amore eterno.
Lazy avvicinò il suo orecchio alle labbra di lei e…
“Brutta merda…” furono le parole pronunciate tra rantoli soffocati. E spirò. “Beh” pensò Lazy “sempre meglio che morire gonfi!”. Diede istruzioni per la sepoltura, che pagò profumatamente (che cavaliere!).
Ora, tutto quello che Lazy the Gavettoner desiderava era tornare a casa dalla sua adorata Calamity Jane, sperando che finalmente gli cucinasse qualcosa di commestibile invece dei soliti hamburgher bruciati, sperando che i 7 marmocchi ora fossero abbastanza grandi per smettere di pisciacchiare e scagazzare sulla sua pelle di bisonte preferita, sperando che a Calamity fosse passato quel famoso mal di testa che l’aveva assalita alla nascita dei magnifici 7.
Ma tutte queste speranze potevano aspettare. Non si sarebbe certo messo in viaggio prima di gustarsi il meritato riposo sull’amaca rubata dal ronzino di Calamity Pasty. Mentre riposava beatamente, nel pieno del dormiveglia, gli sembrò di sentire una vocina nella sua mente che continuava a ripetere “Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda…..”

 

Posted by on 12 settembre 2006 in Resoconti, Risate

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Amici miei

Quanti amici avete?
E’ una domanda ricorrente, ma profondamente egoista e, se vogliamo, completamente sbagliata. Ci si preoccupa tanto di avere degli amici che non ci si occupa affatto di essere un Amico.
Eh si, perché un Amico non si aspetta nulla dall’altro, ma fa di tutto per lui, senza bisogno che gli venga chiesto. E se gli viene chiesto fa il doppio, perché l’Amico che chiede è un Amico disperato.
Amicizia è impegno gravoso quanto appagante; essere un Amico è dare se stessi, avere degli amici è prendere per se stessi.

 

Posted by on 11 settembre 2006 in Riflessioni

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Balla coi lupi

Ieri sera ero un po’ stanchino (come disse Forrest Gump al termine della sua “corsetta”) e me ne sono rimasto a casa. Ero assonnato, ma avendo pisolato di tanto in tanto durante la giornata, non lo ero abbastanza da mettermi a dormire troppo presto. Effettivamente avevo in corpo anche una buona dose di malinconia che mi ha fatto prendere la (non troppo difficile) decisione di violentarmi. Così mi sono rivisto Balla coi lupi.
Quando guardo un film solo soletto, nell’intimità protetta del mio piccolo soggiorno, mi immergo totalmente nella visione, incurante di tutto e tutti; mi faccio avvolgere e riempire dalle sensazioni di immagini e suoni, coinvolgendo (non so come) non solo vista e udito ma tutti e cinque i sensi. Mi succede la medesima cosa con la lettura di un libro, ma le sensazioni in questo caso sono diluite nel tempo quindi, in qualche modo, vengono stemperate, attutite, dilazionate, come fossero il pagamento rateale di un’emozione enorme.
Balla coi lupi è un film che dura la bellezza di 3 ore e 40 minuti (precisi precisi, ho controllato) ed è un crescere continuo di intensità narrativa ed emozionale. Parla di guerra, di onore, di amicizia, d’amore e di follia. Parla di popoli che si incontrano e si scontrano, si conoscono e si odiano, si cercano e si uccidono. Ma tra la generalità dei popoli vince l’unicità dei singoli. Ed è così che il tenente John J. Dunbar entra a far parte della tribù dei Sioux, conquistandoli con la sua onestà, la sua lealtà ma soprattutto con la sua violenta curiosità di conoscere il popolo pellerossa.
Ed è così che mi sono ritrovato a sfogare le sensazioni in eccesso, quelle che il mio corpo non riusciva a reggere, in un versamento di liquido trasparente dalle ghiandole lacrimali principali ed accessorie di cui il mio corpo è provvisto.
E’ accaduto quando Sisko (o forse si scrive Cisco, chissà) era a terra, con Shumani tatanka oh wha chi (“Balla coi lupi” in linguaggio Lakota, anche se non sono affatto certo di averlo scritto correttamente) chino su di lui che cercava di rassicurarlo.
E’ accaduto anche quando Due calzini rimaneva fermo nonostante gli sparassero addosso, perché vedeva il suo amico legato sul carro.
Ed è accaduto ancora quando Vento nei capelli ha urlato al cielo e alla terra la sua amicizia nei confronti di Balla coi lupi, mentre quest’ultimo lasciava l’accampamento per amore della (ormai) sua tribù.
A inizio film l’accumulo di emozioni non era ancora sufficiente a scatenare la fuoriuscita di liquidi, ma la cavalcata del tenente John Dunbar a pochi metri dalla linea sudista è incredibilmente epica ed allo stesso tempo romantica da far veramente accapponare la pelle.
Ed alla fine, sui titoli di coda, dopo essermi passato le mani sul viso per cancellare le prove, stavo bene.
Mi sono alzato dalla poltrona rossa, ho scelto una delle tante porte che danno sul corridoio e, dopo averne superato la soglia, l’ho richiusa alle mie spalle.

 

Posted by on 10 settembre 2006 in Film, Riflessioni

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"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, …

… mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Così scrive il Sommo Poeta nella terzina 103, quinto canto, prima cantica.
Ier sera mi trovavo (come troppo spesso accade) in libreria, con I Fantastici Quattro al completo:
la donna invisibile (in effetti non è lei ad essere invisibile ma lo diventa il resto del mondo, quando si toglie gli occhiali), l’uomo torcia (che è una donna, ma quando si accende in una discussione in cui non è affatto d’accordo con la vostra opinione brucia allo stesso modo), la cosa (che ve lo dico a fare?) e l’uomo allungabile (io, ovviamente. L’uomo allungabile, il sogno segreto di ogni femmina bramosa di sesso estremo. Purtroppo la mia mutazione genetica non è stata proprio perfetta e al momento mi si allunga solo il naso. Sogno tramontato).
Mi ero ripromesso di non comprare altri libri (ne ho una ventina in attesa di lettura e qualche altro in arrivo) ma alla fine non ho resistito alla tentazione di uscire con qualcosa in mano (non fate i maliziosi, tanto lo so a cos’avete pensato!). Ho preso un fumetto giapponese (leggermente osé, ma non l’ho preso per quello) e un libro di aforismi. Non ne ho mai avuto uno ma sfogliandolo e leggendone qualcuno mi è venuto da sorridere su quanto certe mie idee siano in voga da diversi secoli e quanto siano stati bravi gli autori a riassumerle in un pensiero di pochissime parole.
Come come? Non sapete cos’è un aforisma? Vabeh, oggi mi sento buono. Cito testualmente dallo Zingarelli: “Breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica“.
Nel libro che ho preso, gli aforismi sono divisi per categorie. Visto il titolo del post (giusto per restare in tema) mi diletto a snocciolarne qualcuno sull’Amore.

Non sono affatto contrario al baciamano alle signore. Bisogna pur cominciare da qualche parte.
Il signor S. Guitry ne sa una più del diavolo (ammesso e non concesso che il diavolo esista e ne sappia qualcuna). Perché negare l’esigenza del contatto fisico con l’altro sesso? A prescindere dall’ironia presente in questo aforisma, è innegabile la necessità dell’uomo (e della donna) di dare e ricevere dimostrazioni d’affetto, di ricercare nel corpo dell’altro/a quel calore più o meno effimero che trasmette quasi inconsapevolmente. Guardare un bel film disteso sul divano con una donna tra le braccia, sia essa amante o semplicemente amica, non è peccato; il vero peccato è non farlo.

Se uno ti porta via la moglie, non c’è peggior vendetta che lasciargliela.
Ancora una volta, il signor Guitry supera il buon vecchio satanasso. Lo ammetto, questo aforisma va un po’ fuori tema. Parla di matrimonio e non d’Amore e, come ben sappiamo tutti, le due cose non sempre vanno di pari passo. Il luogo comune della moglie rompiscatole che si regalerebbe volentieri è oramai talmente radicato che probabilmente la stragrande maggioranza degli uomini sposati si dirà totalmente daccordo con questa massima. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il ma…trimonio.

Che una donna conceda i suoi favori o che li neghi, le fa sempre piacere che glieli si chieda.
Ovidio, a quanto sembra, era un profondo conoscitore dell’animo femminile. Il gusto di essere corteggiate, desiderate, a volte anche chiacchierate è talmente radicato nelle donne che, con buona probabilità, hanno un gene apposito che lo regola. Purtroppo per le donne, l’arte del corteggiamento ha cominciato il suo declino con l’avvento del femminismo e dell’emancipazione femminile; l’uomo ha anch’esso scoperto questo gusto, facendolo proprio e “dimenticando” le gioie del corteggiamento verso una donna e, perché no, la forte e malinconica emozione di ricevere un due di picche. Oggi non si vuole più rischiare (non mi escludo dalla massa, mea culpa) senza neppure conoscerne bene il motivo.

Io ho preso una decisione: cedere alle donne subito. Dal momento che finisce sempre così, economizzo le spese di guerra.
A. Karr doveva essere un bravo finanziere, forse un imprenditore di grosso calibro o un armatore. Ha compreso subito quale fosse l’uscita più pesante sul budget alla voce “rapporto con l’altro sesso”: le discussioni con le donne. Generalmente, partono da futili motivi per degenerare in accuse e recriminazioni da far invidia all’alterco amoroso di questi giorni tra George W. Bush e Mahmud Ahmadinejad. Se si è fortunati, tutto nasce dal bisogno di ravvivare la giornata e per la voglia di “far pace” (quant’è bello, mamma mia).

L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia.
M. de Cervantes, in questa sua massima, ammette l’esistenza del diavolo (per la gioia della donna invisibile). In effetti però non so quanto la donna moderna sia felice di essere definita “stoppa”.

Piccolo avviso: da questo punto in poi ho scritto con una pizza e tre bicchieri di cannonau scadente in corpo.

L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.
H. Hesse. Quanto è raro che questo accada? Devono verificarsi tanti eventi tutti insieme, nella sequenza precisa e carichi di una non trascurabile intensità. Per prima cosa, ci dev’essere un interesse reciproco; questo è un evento quasi inconscio, non abbiamo alcun controllo (benché qualcuno s’illuda del contrario) sul suo verificarsi. Secondo (ma non per questo meno importante) evento, è la volontà e capacità di mettersi in gioco, di aprirsi, di lasciarsi scoprire. Questo evento è invece legato alla razionalità, alla coscienza, alla propria riflessione. Ed è proprio questo che, solitamente, non si riesce a fare.

“Vostra moglie è una rosa”, dicevano ad un poeta cieco. “Lo immaginavo dalle spine”, rispondeva lui.
A. Karr sta diventando il mio mito. In questo caso, in una frase apparentemente ironica e banale, ha racchiuso un significato ben più profondo. Una rosa avrebbe lo stesso fascino senza le sue spine? Certo che no. Come godere dei picchi di felicità senza prima raggiungere strapiombi di sconforto? Ben venga la donna combattiva, che tiene testa, che sa il fatto suo, ma che sia anche sincera e ami senza remore.

Gli uomini vorrebbero essere il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo.
Dal punto di vista di O. Wilde credo sarei una donna, ma oramai il mondo è talmente confuso che dire uomo o donna è come dire cioccolato nero o bianco (lo confesso, sono al quarto bicchiere). Se fosse veramente come dice il vecchio Oscar, le donne dimostrerebbero un’intelligenza nettamente superiore a quella dell’uomo. Personalmente credo nella profonda diversità tra i sessi, senza per questo volerne elevare nessuno. Ed è per questo che amo le donne; perché sono diverse da me.

E’ così dolce essere amati che ci accontentiamo anche dell’apparenza.
E. D’Houdetot, ma che tristezza. Che ci frega dell’apparenza se non ne sentiamo la sostanza? Forse intendeva dire la speranza, perlomeno lo spero (che bel gioco di parole. Farò finta di averlo scelto di proposito. Poi ovviamente mi ricorderò di cancellare questa nota prima di pubblicare l’articolo), altrimenti licenzierei il redattore che ha scelto questa massima e la categoria in cui inserirla.

Calma non può esserci nell’amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
Confermo, sottoscrivo e m’inchino di fronte a sì tanta verità. M. Proust conosceva bene il desiderio infinito dell’uomo di elevarsi sempre più in alto, di raggiungere obiettivi sempre più complessi, di desiderare sempre qualcosa di più di quanto si ha. E’ questo che ha spinto il progresso, la sete di conoscenza e la curiosità dell’uomo: il non accontentarsi mai. Ma come si può pensare allora che un rapporto d’amore con la stessa donna duri per tutta la vita? Perché non è in un altra donna che si può ottenere di più, ma alla donna che si ama e si stima si può chiedere di meglio, facendo crescere il rapporto, inventando nuovi modi di viverlo e crescendo insieme, così da creare in due i punti di partenza e di arrivo dei desideri di entrambi.

L’amore nasce di nulla e muore di tutto.
Come Tafazzi nel suo gesto istrionico che riassumeva l’essenza univoca della comicità, A. Karr ha racchiuso in nove parole l’essenza dell’Amore. La nascita di un Amore è indescrivibile, irrazionalizzabile e inspiegabile. La sua morte può avere invece miriadi di validi motivi, cause, colpe, responsabilità, la risoluzione di nessuno dei quali può provocare la rinascita dell’Amore perito. Per questo l’Amore va vissuto appieno quando l’abbiamo, perché quando non l’abbiamo ci mancherà. Da morirne.

Amare è trovare la propria anima attraverso l’anima dell’amato. Quando l’amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è perduta.
Nessun commento. Solo un inchino a
E. Lee Masters.

PS: so che la foto non c’azzecca molto con l’Amore, ma voglio ridurre al minimo la pubblicazione di foto trovate in giro per la rete ed invece utilizzare quelle di cui dispongo sul mio macinino. Se l’amore di Alessia per il mio scalpo non vi sembra abbastanza, beh… arrangiatevi.

 

Posted by on 7 settembre 2006 in Aforismi, Riflessioni

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