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Tag Archives: Amore

Loredana


Un foulard serve solo a ripararsi dal vento.

Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella

sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla sua porta

bianco come la luna il suo cappello
come l’amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue un aquilone

e c’era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c’era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose la mano sui tuoi fianchi

furono baci furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle

dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno , come le rose

e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

Fabrizio De André

 

Posted by on 19 dicembre 2007 in Riflessioni, Vaneggiamenti

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Il punto di non ritorno

In ogni cosa che facciamo c’è il rischio di superare il punto di non ritorno. Lo sanno bene i piloti aeronautici, che lo calcolano ad ogni decollo ed atterraggio; lo sanno i paracadutisti, che saltano giù con addosso un pezzo di tela come speranza di salvezza; lo sanno gli amanti che perdono la ragione durante l’amplesso.
Ma è quando si litiga che il punto di non ritorno diventa il fulcro dell’evento: si moltiplica, si contrae, si estende; quando si è convinti di averlo lasciato indietro eccolo comparire di nuovo davanti, pronto per essere superato ancora, finché si ha voce, arroganza, testa di cazzo. In alcuni casi il punto si può identificare con una parola, un oggetto, un frutto; magari una fragola, condita con troppo zucchero.
Alla fine si abbandona per stanchezza, lasciando il ring per l’accumularsi dei punti alle spalle e il moltiplicarsi di quelli davanti. Si rimane spiazzati, spossati, nervosi, arrabbiati, solitamente contro se stessi, per non essere riusciti a fermarsi prima.
E ciò che rimane sullo stomaco è solo una sconcertante amarezza, perché ci si rende conto che forse, dopotutto, sarebbe stato sufficiente mangiare quella fragola.

 

Posted by on 22 maggio 2007 in Riflessioni

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Quell’insostenibile leggerezza dell’eros

Pubblicato su La voce del padrone.

Buio.
Le lenzuola di seta porpora ci avvolgevano completamente. Non so perché avesse fatto quella scelta, ma il contatto di quel tessuto delicato sulla pelle mi regalava una sensazione quasi contraddittoria di freschezza e calore. Mi piaceva tanto quella sensazione, e mi piaceva sentire il profumo di lei. Eravamo sdraiati sul fianco destro, il mio petto a contatto con la sua schiena, le mie labbra che sfioravano la sua nuca. Avevo il naso fra i suoi capelli e m’inebriavo di lei. Entrambi compivamo dei leggeri movimenti, ognuno volto a trovare un contatto nuovo, diverso, più intenso ed intimo. Le mie mani la stringevano, accarezzandole i seni e la pancia, mentre le sue mani premevano sul dorso delle mie, assecondandone i movimenti. Sentivo il nostro desiderio crescere all’unisono, il calore dei nostri corpi aumentare lentamente, la carezze farsi sempre più audaci. Precedendomi di un solo attimo, fu lei a modificare la forma che avevamo assunto, voltando il suo viso verso il mio.
Buio.
Non potevo vederlo, ma immaginavo il suo sguardo su di me, i suoi occhi nei miei. Avvicinò le sue labbra alle mie e le sfiorò delicatamente. Le schiudemmo insieme ed il nostro bacio si fece appassionato e languido. Le nostre lingue si avvinghiarono alla ricerca di quell’intimità irraggiungibile quanto agognata, il cui inseguimento inebria corpo, mente ed anima. Sentivo i suoi seni premere contro il mio petto, le sue mani percorrermi la schiena, le sue gambe accarezzare le mie. Il sapore del suo bacio mi riempiva, saturando il mio corpo dell’intenso piacere dell’abbandono. L’abbandono incondizionato, il concedere ed il concedersi, la convinzione che nulla avrebbe potuto turbare quel momento di estrema condivisione.
Buio.
Le sue mani si insinuarono fra i nostri corpi, cercando la prova del mio desiderio. Mi guidò dentro di se con studiata lentezza e sentii il suo calore avvolgermi gradualmente ma completamente. Mi circondò con braccia e gambe stringendomi forte a se, invitandomi a penetrare fino in fondo al suo essere, fino a fonderci in una sola cosa. Entrai in un sublime stato di trance, nel quale i miei pensieri vagavano rapidi e incontrollati senza soluzione di continuità. Respiravamo entrambi affannosamente ed il crescere dei suoi gemiti accompagnava i miei movimenti. Lei mi assecondava, senza remore né pudore. Mi resi conto che la sua stretta aumentava costantemente di vigore mentre il mio cuore aumentava i battiti. Smisi di respirare, per un attimo ed un’eternità, la mia schiena era percorsa dalle sue unghie che mi graffiavano senza però farmi male, e mi accorsi che anche lei aveva fermato il suo respiro e, soprattutto, i suoi gemiti. Avevo gli occhi chiusi, le palpebre strette come a proteggerli da una luce intensa che non era nella stanza, ma proveniva da dentro il mio corpo, dalla mia mente, forse. Ripresi a respirare dopo un tempo che mi sembrò lunghissimo, accasciandomi su di lei. Le sue mani accarezzavano dolcemente la mia schiena ed il suo respiro tornava lentamente normale. Riaprii gli occhi mentre la luce abbacinante che mi aveva travolto poco prima si attenuava sempre più rapidamente, lasciandomi addosso una insostenibile leggerezza.
Buio.

 

Posted by on 31 gennaio 2007 in Ricordi, Riflessioni

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I ponti di Madison County

Qualche volta si ha la fortuna di incontrare una persona speciale. Raramente capita più di una volta nella vita.
Può capitare per strada, quando da un casuale e fugace incontro di sguardi si ha la sensazione di carpire ogni suo pensiero. Se si trova il coraggio di fermarsi e continuare a guardarsi negli occhi, spesso si scoprono delle affinità inimmaginabili.
Può capitare ad una festa, scontrandosi per prendere l’ultima coda di gambero rimasta sul vassoio: “Prendila tu”, “Ma no dai, figurati”, e intanto lo sguardo indaga, rubando e regalando emozioni.
Può capitare al telefono, per un numero composto male. Senti una voce che ti attrae, ci parli e non senti più nulla intorno a te.
A me è capitato in chat, una sera in cui preparavo la pizza e, come mio solito, sputavo idiozie sul canale che frequento abitualmente. E’ cominciata per gioco, proprio sul canale, davanti a tutti. E’ proseguita in privato, una battuta dietro l’altra, come spesso capita in chat.
Ma questa volta è stata diversa. Ad ogni sua frase percepivo il suo imbarazzo, il suo desiderio di aprirsi, quasi di esplodere. Ad ogni sua frase percepivo pensieri nascosti che somigliavano tanto ai miei. Ad ogni sua frase la sentivo avvicinarsi a me, e con ogni mia frase mi avvicinavo a mia volta. Ma c’era qualcosa in sottofondo, un brusio latente, qualcosa che non riuscivo a percepire chiaramente.
Poi ho finalmente capito: è come me. Ha le mie stesse aspirazioni, gli stessi sogni. Ha i miei stessi bisogni e conosce il modo giusto per soddisfarli. Siamo le due metà di una goccia d’acqua, che perse nell’immensità dell’oceano si cercano senza sapere l’una dell’esistenza dell’altra. E quando si trovano diventa tutto naturale, spontaneo, indispensabile.
Mi è mancata da subito, ancor prima di vederla. Ho sentito crescere impetuoso in me quel sentimento che solo pochi fortunati provano nella vita. E lo sentivo crescere anche in lei, con lo stesso ritmo, gli stessi tempi, le stesse sensazioni.
Vederla è diventato indispensabile, un bisogno primario. Ho guidato tre ore per raggiungerla, per starci insieme nemmeno mezzora. E’ stata la mezzora più lunga di tutta la mia vita e allo stesso tempo la più corta; sicuramente la più intensa. Il suo abbraccio racchiude un affetto tutto speciale, i suoi baci infondono tutto l’amore del mondo. Lasciarla andar via è stato come un pugno allo stomaco. Vederla andar via, la morte nel cuore.
Poi c’è stata la spiaggia. Arrivarci mano nella mano. Stare abbracciati sull’asciugamano, sferzati dal vento e tormentati dagli insetti, e non sentire null’altro che il reciproco calore. E poi l’abbraccio dei nostri corpi nudi, protetti da un involucro di metallo che sembrava una reggia.
Ed ora mi ritrovo con il cuore che scoppia d’amore senza poterglielo dare. Perché ho dovuto dirle addio. Ho dovuto obbligarmi a non sentirla più, violentandomi. Ma ad ogni squillo del telefono, ad ogni messaggio che arriva sul cellulare, il mio cuore ha un sussulto ed egoisticamente spero che sia lei. La voglia di sentirla è tanta. La voglia di vederla, immensa. La voglia di amarla, lacerante.
Io questa volta ho avuto la fortuna di incontrare la mia persona speciale. Siamo le due metà di una goccia d’acqua divise da un oceano di problemi, la mia piccola ed io.

 

Posted by on 24 novembre 2006 in Film, Riflessioni, Sogni

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Ultimo viaggio

Ho fatto un viaggio. L’ultimo, in un certo senso.
Ho volato sul mare ma non l’ho visto, perché il temporale me lo ha impedito. Non mi ha però impedito di godere una splendida alba sopra le nubi.
Ho osservato altri viaggatori, nell’immensa stazione, affannarsi a trovare una direzione, mentre aspettavo di prendere la mia.
Ho sceso le scalette del treno senza sentirmi a destinazione. Ho cercato i visi noti tra le facce anonime che attendevano sul marciapiede. Solo dopo l’abbraccio di chi mi attendeva ho provato quella meravigliosa sensazione di essere arrivato, di essere a casa.
Ho ripercorso le strade che vidi per la prima volta oltre due anni fa e mi sono nuovamente estasiato nel godere delle imperfezioni dei muri, degli effetti del tempo su di essi, dei balconi che non cadono a pezzi solo per l’ingenua volontà di chi ci tiene il suo piccolo giardino: qualche fiore rosso, una piantina di basilico, quel tulipano che non vuol saperne di sbocciare.
Ho visto colori che non rivedrò più. Ho cercato di catturarli in tante istantanee digitali, ma le nuvole e la modestia dei mezzi non hanno reso che un’infinitesima parte di quanto i miei occhi hanno ammirato.
Ho sentito i profumi esaltati dalla pioggia insistente: quello del muschio sui muri in pietra larghi quanto un corridoio, quello dell’aria fresca della sera che filtra dalle enormi persiane, quello delle candele e delle essenze che riempiono l’unica stanza che funge da soggiorno, da cucina, da camera da letto e da studio.
Ho goduto dell’abbraccio sincero della mia ospite, un abbraccio che ha bisogno solo di se stesso per darsi un senso, un abbraccio che racchiude tutto il bene del mondo. Mi ci sono cullato e ho sognato non finisse mai quello stato di quiete e serenità che infondeva in me il suo respiro sul mio petto.
Ho ascoltato il silenzio nella casa che mi ha ospitato per la quinta ed ultima volta. Ho inspirato a pieni polmoni prima di lasciarla. Ho percorso con lo sguardo tutte le pareti del piccolo monolocale per imprimerle nella mia mente; le ricordavo proprio così ed è così che le ricorderò ancora.
Perugia è proprio una bella città. Ma d’ora in avanti, per me, lo sarà un po’ meno.

 

Posted by on 21 settembre 2006 in Riflessioni

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"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, …

… mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Così scrive il Sommo Poeta nella terzina 103, quinto canto, prima cantica.
Ier sera mi trovavo (come troppo spesso accade) in libreria, con I Fantastici Quattro al completo:
la donna invisibile (in effetti non è lei ad essere invisibile ma lo diventa il resto del mondo, quando si toglie gli occhiali), l’uomo torcia (che è una donna, ma quando si accende in una discussione in cui non è affatto d’accordo con la vostra opinione brucia allo stesso modo), la cosa (che ve lo dico a fare?) e l’uomo allungabile (io, ovviamente. L’uomo allungabile, il sogno segreto di ogni femmina bramosa di sesso estremo. Purtroppo la mia mutazione genetica non è stata proprio perfetta e al momento mi si allunga solo il naso. Sogno tramontato).
Mi ero ripromesso di non comprare altri libri (ne ho una ventina in attesa di lettura e qualche altro in arrivo) ma alla fine non ho resistito alla tentazione di uscire con qualcosa in mano (non fate i maliziosi, tanto lo so a cos’avete pensato!). Ho preso un fumetto giapponese (leggermente osé, ma non l’ho preso per quello) e un libro di aforismi. Non ne ho mai avuto uno ma sfogliandolo e leggendone qualcuno mi è venuto da sorridere su quanto certe mie idee siano in voga da diversi secoli e quanto siano stati bravi gli autori a riassumerle in un pensiero di pochissime parole.
Come come? Non sapete cos’è un aforisma? Vabeh, oggi mi sento buono. Cito testualmente dallo Zingarelli: “Breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica“.
Nel libro che ho preso, gli aforismi sono divisi per categorie. Visto il titolo del post (giusto per restare in tema) mi diletto a snocciolarne qualcuno sull’Amore.

Non sono affatto contrario al baciamano alle signore. Bisogna pur cominciare da qualche parte.
Il signor S. Guitry ne sa una più del diavolo (ammesso e non concesso che il diavolo esista e ne sappia qualcuna). Perché negare l’esigenza del contatto fisico con l’altro sesso? A prescindere dall’ironia presente in questo aforisma, è innegabile la necessità dell’uomo (e della donna) di dare e ricevere dimostrazioni d’affetto, di ricercare nel corpo dell’altro/a quel calore più o meno effimero che trasmette quasi inconsapevolmente. Guardare un bel film disteso sul divano con una donna tra le braccia, sia essa amante o semplicemente amica, non è peccato; il vero peccato è non farlo.

Se uno ti porta via la moglie, non c’è peggior vendetta che lasciargliela.
Ancora una volta, il signor Guitry supera il buon vecchio satanasso. Lo ammetto, questo aforisma va un po’ fuori tema. Parla di matrimonio e non d’Amore e, come ben sappiamo tutti, le due cose non sempre vanno di pari passo. Il luogo comune della moglie rompiscatole che si regalerebbe volentieri è oramai talmente radicato che probabilmente la stragrande maggioranza degli uomini sposati si dirà totalmente daccordo con questa massima. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il ma…trimonio.

Che una donna conceda i suoi favori o che li neghi, le fa sempre piacere che glieli si chieda.
Ovidio, a quanto sembra, era un profondo conoscitore dell’animo femminile. Il gusto di essere corteggiate, desiderate, a volte anche chiacchierate è talmente radicato nelle donne che, con buona probabilità, hanno un gene apposito che lo regola. Purtroppo per le donne, l’arte del corteggiamento ha cominciato il suo declino con l’avvento del femminismo e dell’emancipazione femminile; l’uomo ha anch’esso scoperto questo gusto, facendolo proprio e “dimenticando” le gioie del corteggiamento verso una donna e, perché no, la forte e malinconica emozione di ricevere un due di picche. Oggi non si vuole più rischiare (non mi escludo dalla massa, mea culpa) senza neppure conoscerne bene il motivo.

Io ho preso una decisione: cedere alle donne subito. Dal momento che finisce sempre così, economizzo le spese di guerra.
A. Karr doveva essere un bravo finanziere, forse un imprenditore di grosso calibro o un armatore. Ha compreso subito quale fosse l’uscita più pesante sul budget alla voce “rapporto con l’altro sesso”: le discussioni con le donne. Generalmente, partono da futili motivi per degenerare in accuse e recriminazioni da far invidia all’alterco amoroso di questi giorni tra George W. Bush e Mahmud Ahmadinejad. Se si è fortunati, tutto nasce dal bisogno di ravvivare la giornata e per la voglia di “far pace” (quant’è bello, mamma mia).

L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia.
M. de Cervantes, in questa sua massima, ammette l’esistenza del diavolo (per la gioia della donna invisibile). In effetti però non so quanto la donna moderna sia felice di essere definita “stoppa”.

Piccolo avviso: da questo punto in poi ho scritto con una pizza e tre bicchieri di cannonau scadente in corpo.

L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.
H. Hesse. Quanto è raro che questo accada? Devono verificarsi tanti eventi tutti insieme, nella sequenza precisa e carichi di una non trascurabile intensità. Per prima cosa, ci dev’essere un interesse reciproco; questo è un evento quasi inconscio, non abbiamo alcun controllo (benché qualcuno s’illuda del contrario) sul suo verificarsi. Secondo (ma non per questo meno importante) evento, è la volontà e capacità di mettersi in gioco, di aprirsi, di lasciarsi scoprire. Questo evento è invece legato alla razionalità, alla coscienza, alla propria riflessione. Ed è proprio questo che, solitamente, non si riesce a fare.

“Vostra moglie è una rosa”, dicevano ad un poeta cieco. “Lo immaginavo dalle spine”, rispondeva lui.
A. Karr sta diventando il mio mito. In questo caso, in una frase apparentemente ironica e banale, ha racchiuso un significato ben più profondo. Una rosa avrebbe lo stesso fascino senza le sue spine? Certo che no. Come godere dei picchi di felicità senza prima raggiungere strapiombi di sconforto? Ben venga la donna combattiva, che tiene testa, che sa il fatto suo, ma che sia anche sincera e ami senza remore.

Gli uomini vorrebbero essere il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo.
Dal punto di vista di O. Wilde credo sarei una donna, ma oramai il mondo è talmente confuso che dire uomo o donna è come dire cioccolato nero o bianco (lo confesso, sono al quarto bicchiere). Se fosse veramente come dice il vecchio Oscar, le donne dimostrerebbero un’intelligenza nettamente superiore a quella dell’uomo. Personalmente credo nella profonda diversità tra i sessi, senza per questo volerne elevare nessuno. Ed è per questo che amo le donne; perché sono diverse da me.

E’ così dolce essere amati che ci accontentiamo anche dell’apparenza.
E. D’Houdetot, ma che tristezza. Che ci frega dell’apparenza se non ne sentiamo la sostanza? Forse intendeva dire la speranza, perlomeno lo spero (che bel gioco di parole. Farò finta di averlo scelto di proposito. Poi ovviamente mi ricorderò di cancellare questa nota prima di pubblicare l’articolo), altrimenti licenzierei il redattore che ha scelto questa massima e la categoria in cui inserirla.

Calma non può esserci nell’amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
Confermo, sottoscrivo e m’inchino di fronte a sì tanta verità. M. Proust conosceva bene il desiderio infinito dell’uomo di elevarsi sempre più in alto, di raggiungere obiettivi sempre più complessi, di desiderare sempre qualcosa di più di quanto si ha. E’ questo che ha spinto il progresso, la sete di conoscenza e la curiosità dell’uomo: il non accontentarsi mai. Ma come si può pensare allora che un rapporto d’amore con la stessa donna duri per tutta la vita? Perché non è in un altra donna che si può ottenere di più, ma alla donna che si ama e si stima si può chiedere di meglio, facendo crescere il rapporto, inventando nuovi modi di viverlo e crescendo insieme, così da creare in due i punti di partenza e di arrivo dei desideri di entrambi.

L’amore nasce di nulla e muore di tutto.
Come Tafazzi nel suo gesto istrionico che riassumeva l’essenza univoca della comicità, A. Karr ha racchiuso in nove parole l’essenza dell’Amore. La nascita di un Amore è indescrivibile, irrazionalizzabile e inspiegabile. La sua morte può avere invece miriadi di validi motivi, cause, colpe, responsabilità, la risoluzione di nessuno dei quali può provocare la rinascita dell’Amore perito. Per questo l’Amore va vissuto appieno quando l’abbiamo, perché quando non l’abbiamo ci mancherà. Da morirne.

Amare è trovare la propria anima attraverso l’anima dell’amato. Quando l’amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è perduta.
Nessun commento. Solo un inchino a
E. Lee Masters.

PS: so che la foto non c’azzecca molto con l’Amore, ma voglio ridurre al minimo la pubblicazione di foto trovate in giro per la rete ed invece utilizzare quelle di cui dispongo sul mio macinino. Se l’amore di Alessia per il mio scalpo non vi sembra abbastanza, beh… arrangiatevi.

 

Posted by on 7 settembre 2006 in Aforismi, Riflessioni

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Le parole che non ti ho detto

Parlare, il dono forse più grande e nel contempo più difficile da usare.
E’ così semplice: ho qualcosa da dire? La dico, punto.
E invece no. La maggior parte delle volte sottintendo, alludo, ommetto, taccio.
Perché?
Se lo sapessi probabilmente non sarei qui, a buttar giù questi pensieri in una calda serata domenicale di Agosto. Magari sarei con la persona a cui non ho detto le cose che vorrei, oppure sarei con gli amici, libero dall’illusoria speranza che la risposta che bramo possa essere quella che vorrei. Perché in fondo è questo che mi impedisce di esprimere chiaramente quanto avrei da dire: il mantenere viva quell’illusoria speranza che la risposta possa essere uguale a quella che desidero e non quella che è in realtà.
Un “si” sarebbe la felicità, seppur fugace e fragile come sempre.
Un “no” abbatterebbe le mie speranze, taglierebbe quel filo a cui ho legato la felicità che vorrei raggiungere, che galleggia a qualche metro da me come un palloncino pieno di elio; aprire la mano e liberare il filo servirebbe a stabilire che sia io a tenere il palloncino legato a me oppure se non sia lui a volermi rimanere vicino. Ma aprire quella mano significherebbe avere una risposta. Il non averla, invece, mantiene il palloncino a mezz’aria: posso vederlo, ammirarlo, sperare che condivida le mie brame, ma non posso averlo né perderlo completamente.
Non è il giusto modo di affrontare le cose, lo so bene. Occorre rischiare, mettersi in gioco, tentare di avere l’attimo di felicità con il rischio di piombare nella tristezza, piuttosto che rimanere nel limbo dell’incertezza.
Eppure è difficile trovare il coraggio di rischiare, come prima di un tuffo dallo scoglio più alto sul mare immobile, dove il fondo di sabbia chiara si confonde con la superficie del mare trasparente.
Forse ha ragione la madre di Forrest Gump con il suo memorabile proverbio “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. Dovrei scartare questo “cioccolatino”, assaggiarlo, gustarne il sapore e non crucciarmi troppo se il liquore che lo riempie è più amaro dell’olio di ricino. Dovrei mangiarlo tutto in qualunque caso, perché nella mia scatola di cioccolatini ce ne sono ancora tanti. Dovrei rischiare un “no” per aspirare al “si”, senza dubbio, dovrei…

 

Posted by on 20 agosto 2006 in Riflessioni

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