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La mia casa

La mia casa è un luogo sicuro. Io voglio credere che lo sia.
La mia casa non ha quattro mura, ne ha di più. Se volessi potrei contarle, le mura.
Ma non potrei contare le porte. Quelle no. Assolutamente, no.
Ogni porta nasconde un giardino, con i fiori, le piante, la fontana e una panchina.
Seduta su quella panchina ci sei tu. Su tutte le panchine, di tutti i giardini dietro ogni porta, ci sei tu.
Sei diversa in ogni giardino. I tuoi colori, i tuoi profumi, le tue labbra, i tuoi occhi.
Eppure sei tu, sempre uguale a te stessa, ma insieme inesorabilmente diversa.
Su ogni panchina di ogni giardino siedi immota, con lo sguardo sul colore più acceso.
Rosso, verde, giallo blu. Non importa quale sia. Tu lo guardi, in silenzio.
Potrei sedermi al tuo fianco, guardare lo stesso colore che guardi tu, nello stesso modo in cui lo guardi tu, ma non ti accorgeresti di me.
In ogni giardino sei diversa e uguale insieme. Li percorro tutti, cercando il giardino con i colori meno accesi.
Mi manca il tempo. Fugge via. Troppi giardini. Troppi colori. Torno in casa.
La mia casa chiude fuori i problemi del mondo.
E custodisce i miei.

 

Posted by on 31 ottobre 2007 in Riflessioni

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E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto

Pubblicato su La voce del padrone.

Io quando ero più piccolo facevo il campeggio. Ci andavo con mia mamma e mia sorella, perché mio papà non ci veniva con noi, che non viveva più in casa nostra. Mi ricordo che mi dovevo svegliare presto perché passava il treno. Alla stazione ci dovevamo andare a piedi, perché nel motorino di mia mamma non ci stavamo in tre. Che poi c’erano anche le valigie, e quelle non erano mica leggere. Nel treno faceva sempre caldo e a volte c’era il sole che bruciava gli occhi. Per fortuna c’era la tenda, ma se la chiudevi tutta c’era buio, quindi bisognava fare un po’ e un po’. Quello era un treno lento, che mi chiedevo sempre perché non ne prendevamo un altro, e ci voleva tutta una mattina per arrivare a Macomer. A Macomer c’era il pullman e quello ci portava fino a Bosa. Mia mamma mi diceva sempre che il pullman ci aspettava e io mi sono sempre creduto che mia mamma conosceva quello che guidava il pullman, ma forse mi prendeva in giro perché una volta il pullman non ci ha aspettato mica.
A Bosa era bello, perché passavamo sul ponte stretto stretto che il pullman quasi non ci passava e i signori che camminavano a piedi si mettevano girati per non farsi schiacciare i piedi. Dal ponte si vedeva la casa di zia Agnese. E si vedeva anche zia Agnese che ci aspettava sempre affacciata al balcone e quando vedeva il pullman lo salutava con la mano. Ma forse lei lo faceva con tutti i pullman, solo che negli altri io non c’ero e non la potevo vedere. Che poi io di quel balcone c’avevo paura perché sembrava rotto e ogni volta che mi affacciavo mi girava la testa, non lo so perché. Mi ricordo che zia Agnese comprava sempre le angurie giganti quando venivamo noi, e io ne mangiavo un sacco e ne volevo altra anche quando era finita. Però zia Agnese la sapeva solo comprare l’anguria, perché a tagliarla ci riusciva solo zio Domenico. Era bello mio zio Domenico. Aveva gli occhi celesti e uno era storto, che sembrava che ti guardava sempre l’orecchio, però lui faceva il pescatore e questo a me mi piaceva. Io volevo sempre andare sulla sua barca, ma mi diceva che ero ancora piccolo. Che poi non lo so se ci andavo davvero, perché loro si alzavano alle quattro del mattino. Io nemmeno lo sapevo com’erano le quattro del mattino, però mi credevo che andavano così presto per catturare i pesci quando erano addormentati. E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto. Che poi lui non prendeva proprio i pesci, ma pescava le aragoste. Io c’avevo paura delle aragoste perché erano brutte e sembravano i mostri. Che poi io i mostri non ce li avevo mai visti, però pensavo che potevano essere come le aragoste. Allora non le mangiavo. Però forse ero un po’ stupido.
Poi un giorno veniva zio Delio e ci portava al mare. Dormivamo nella sua tenda che era marrone e grande. Il posto dove andavamo era “S’abba druche”. Che poi io non lo sapevo mica che “S’abba druche” voleva dire “L’acqua dolce”. E forse non me ne importava mica niente. Quando arrivavamo c’era mia zia Rita con i figli che erano già al mare, tutti neri abbronzati, e lei sorrideva sempre quando ci vedeva arrivare. Io credo che sono molto amiche lei e mia mamma, anche se sono cugine. Io volevo sempre fare il bagno appena ero arrivato, ma mia mamma c’aveva sempre da dire di no. Non lo so perché, ma tanto poi mia zia Rita la convinceva e io il bagno me lo facevo lo stesso. Bisognava scendere i gradini di terra per andare nella spiaggia, perché la tenda era più in alto. Mio zio Delio la metteva sempre nello stesso posto, la tenda marrone. E anche tutti quegli altri che conoscevamo la mettevano nello stesso posto, ma non quello di mio zio Delio. Ma le tende non erano attaccate e c’erano i passaggi, che noi le chiamavamo le strade e gli davamo pure i nomi, ma adesso non me li ricordo mica più. E poi dietro c’era la montagna che sembrava che non si poteva arrivare fino a sopra, ma una volta ci sono arrivato fino a sopra, insieme agli altri. Però me lo ricordo che da sopra si vedeva il campeggio. Si vedeva la tenda marrone di mio zio Delio ma era piccola e io non lo so se c’era qualcuno dentro quando era così piccola. E poi si vedeva il mare. E si vedevano le barche piccole piccole e lontane lontane. Un signore che c’era lì sopra perché era venuto con noi mi aveva detto che più lontano di tutto c’era l’orizzonte. Mi diceva che l’orizzonte era la linea dritta dove finiva il mare e incominciava il cielo. Io non lo sapevo mica che il mare finiva. E poi lui diceva che era dritta, ma a me mi sembrava un po’ storta però. Lui mi diceva che era perché la terra era tonda. Allora io guardavo per terra ma non mi sembrava tonda, però mi stavo zitto perché lui era un signore grande. Quando scendevamo poi eravamo tutti stanchi, ma quel signore dell’orizzonte era il più stanco di tutti. Io pensavo che era perché diceva le bugie, ma non lo dicevo a nessuno però.
Mio zio Delio poi era il sindaco del campeggio. Ma era un sindaco per finta, però tutti lo cercavano quando c’avevano bisogno. Io non lo so perché era lui il sindaco. Forse perché pescava i ricci. Forse perché beveva molto vino e lo invitavano sempre tutti a bere il vino. Una volta me lo ha fatto assaggiare il vino, mio zio Delio. Lui mi ha detto di non dirlo a mia mamma e io non gliel’ho detto. Però il vino era buono. Di notte eravamo tutti nella tenda di mio zio Delio e di mia zia Rita. C’erano le stanze nella tenda, che erano marroni però più chiare. Nella stanza che dormivo io c’erano anche mia mamma e mia sorella. Mi ricordo che a volte c’avevo paura perché c’era il vento. E quando pioveva e facevano i tuoni avevo paura più di tutto, perché sembrava che un gigante stava prendendo la tenda con la mano per strapparla via. Ma poi mi hanno detto che i giganti non esistono, però c’erano le capre. Di mattina sentivo sempre le campane delle capre, perché c’era il pastore che le portava dentro il campeggio. E quando uscivamo fuori c’era la cacca a pallini e allora capivamo che erano le capre. Il signore che faceva il pastore era un signore vecchio. Mio zio Delio lo conosceva e allora qualche volta ci portava il latte delle sue capre che se lo bevevi poi non c’avevi più fame fino alla merenda. Una volta quel signore mi ha fatto lottare con il suo caprone perché io dicevo di essere più forte. Però non ho mica vinto. Era più forte il caprone.
Di mattina era presto quando ci alzavamo, perché nella tenda era caldo e perché noi bambini volevamo andare a correre. Andavamo sempre nella spiaggetta di zio Delio. Che poi non lo so se era la sua, ma però tutti dicevamo così per mandar via gli altri. Era piccola quella spiaggia e c’era l’acqua bassa, perché sotto l’acqua c’era la roccia liscia. Però c’erano i ricci e una volta mi hanno punto perché non avevo messo i sandali e mia mamma mi ha tolto le spine con le pinzette. Però era bello perché sembrava che camminavi sull’acqua. Quando finiva la roccia c’era l’acqua alta che era scura e faceva paura. Mio zio Delio mi diceva sempre di non andarci, ma lui ci andava e quando tornava aveva pescato i ricci. Una volta li abbiamo usati per combattere, i ricci, ma era solo la buccia, perché erano già mangiati. Li tiravamo addosso a quelli dell’altra spiaggia che venivano a scocciare. Meno male che non lo hanno detto ai grandi.
Un giorno sono andato sulla spiaggia a giocare e ho bisticciato con uno. Non me lo ricordo perché abbiamo bisticciato, ma sua mamma ci ha separati e ci ha detto di fare pace e noi l’abbiamo fatta. Da quel giorno abbiamo giocato sempre insieme e io lo chiamavo AmicoNemico perché avevamo litigato ma poi avevamo fatto pace. E anche lui mi chiamava così. Quando era di sera andavo nella sua tenda e chiedevo alla mamma se poteva venire con me nella mia tenda, ma lei a volte non voleva. Ma quando voleva andavamo sulla spiaggia di nascosto per guardare il sole che tuffava nell’acqua e le onde alte. A volte andavamo anche a correre nelle rocce che tanto avevamo i sandali di plastica, ma era pericoloso lo stesso. Forse se non era pericoloso non lo facevamo. Alcuni altri bambini erano caduti e si erano fatti male, al ginocchio o alla faccia. Io solo alle mani, una volta, ma poco. I grandi non volevano che andavamo sulle rocce a correre. Forse se volevano non lo facevamo.
Poi lui doveva partire e io ero triste. Dovevo restare ancora lì due settimane e lì mi piaceva, però se lui non c’era mi piaceva un po’ meno. Forse lui era di Roma, mi sembra. Io pensavo che veniva l’anno prossimo, ma non c’era. Però io l’ho aspettato. Anche l’anno prossimo ancora.

L’ho rivisto dopo quattro anni, forse cinque. L’ho riconosciuto quasi subito, ma per salutarci e riconoscerci ufficialmente abbiamo titubato un po’. Ricordo che abbiamo parlato molto degli avvenimenti degli ultimi anni. In breve, ci siamo raccontati, cosa che non avevamo fatto quattro anni prima. Siamo tornati a sederci sulla spiaggia al tramonto, sperando in una bella mareggiata. A correre sulle rocce però non ci siamo andati. Forse in quei quattro o cinque anni qualche cosa l’avevamo imparata.
Siamo rimasti insieme solo qualche giorno, perché quell’anno sono tornato a casa prima del solito. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto e che ci ho parlato.

Non so se lui si ricordi ancora di me, dopotutto sono passati vent’anni. Sono però certo che tra altri vent’anni sentirò ancora di essere il suo AmicoNemico.

E questo è tutto quanto avevo da dire su questa storia.

 

Posted by on 22 ottobre 2006 in Ricordi, Riflessioni

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"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, …

… mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Così scrive il Sommo Poeta nella terzina 103, quinto canto, prima cantica.
Ier sera mi trovavo (come troppo spesso accade) in libreria, con I Fantastici Quattro al completo:
la donna invisibile (in effetti non è lei ad essere invisibile ma lo diventa il resto del mondo, quando si toglie gli occhiali), l’uomo torcia (che è una donna, ma quando si accende in una discussione in cui non è affatto d’accordo con la vostra opinione brucia allo stesso modo), la cosa (che ve lo dico a fare?) e l’uomo allungabile (io, ovviamente. L’uomo allungabile, il sogno segreto di ogni femmina bramosa di sesso estremo. Purtroppo la mia mutazione genetica non è stata proprio perfetta e al momento mi si allunga solo il naso. Sogno tramontato).
Mi ero ripromesso di non comprare altri libri (ne ho una ventina in attesa di lettura e qualche altro in arrivo) ma alla fine non ho resistito alla tentazione di uscire con qualcosa in mano (non fate i maliziosi, tanto lo so a cos’avete pensato!). Ho preso un fumetto giapponese (leggermente osé, ma non l’ho preso per quello) e un libro di aforismi. Non ne ho mai avuto uno ma sfogliandolo e leggendone qualcuno mi è venuto da sorridere su quanto certe mie idee siano in voga da diversi secoli e quanto siano stati bravi gli autori a riassumerle in un pensiero di pochissime parole.
Come come? Non sapete cos’è un aforisma? Vabeh, oggi mi sento buono. Cito testualmente dallo Zingarelli: “Breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica“.
Nel libro che ho preso, gli aforismi sono divisi per categorie. Visto il titolo del post (giusto per restare in tema) mi diletto a snocciolarne qualcuno sull’Amore.

Non sono affatto contrario al baciamano alle signore. Bisogna pur cominciare da qualche parte.
Il signor S. Guitry ne sa una più del diavolo (ammesso e non concesso che il diavolo esista e ne sappia qualcuna). Perché negare l’esigenza del contatto fisico con l’altro sesso? A prescindere dall’ironia presente in questo aforisma, è innegabile la necessità dell’uomo (e della donna) di dare e ricevere dimostrazioni d’affetto, di ricercare nel corpo dell’altro/a quel calore più o meno effimero che trasmette quasi inconsapevolmente. Guardare un bel film disteso sul divano con una donna tra le braccia, sia essa amante o semplicemente amica, non è peccato; il vero peccato è non farlo.

Se uno ti porta via la moglie, non c’è peggior vendetta che lasciargliela.
Ancora una volta, il signor Guitry supera il buon vecchio satanasso. Lo ammetto, questo aforisma va un po’ fuori tema. Parla di matrimonio e non d’Amore e, come ben sappiamo tutti, le due cose non sempre vanno di pari passo. Il luogo comune della moglie rompiscatole che si regalerebbe volentieri è oramai talmente radicato che probabilmente la stragrande maggioranza degli uomini sposati si dirà totalmente daccordo con questa massima. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il ma…trimonio.

Che una donna conceda i suoi favori o che li neghi, le fa sempre piacere che glieli si chieda.
Ovidio, a quanto sembra, era un profondo conoscitore dell’animo femminile. Il gusto di essere corteggiate, desiderate, a volte anche chiacchierate è talmente radicato nelle donne che, con buona probabilità, hanno un gene apposito che lo regola. Purtroppo per le donne, l’arte del corteggiamento ha cominciato il suo declino con l’avvento del femminismo e dell’emancipazione femminile; l’uomo ha anch’esso scoperto questo gusto, facendolo proprio e “dimenticando” le gioie del corteggiamento verso una donna e, perché no, la forte e malinconica emozione di ricevere un due di picche. Oggi non si vuole più rischiare (non mi escludo dalla massa, mea culpa) senza neppure conoscerne bene il motivo.

Io ho preso una decisione: cedere alle donne subito. Dal momento che finisce sempre così, economizzo le spese di guerra.
A. Karr doveva essere un bravo finanziere, forse un imprenditore di grosso calibro o un armatore. Ha compreso subito quale fosse l’uscita più pesante sul budget alla voce “rapporto con l’altro sesso”: le discussioni con le donne. Generalmente, partono da futili motivi per degenerare in accuse e recriminazioni da far invidia all’alterco amoroso di questi giorni tra George W. Bush e Mahmud Ahmadinejad. Se si è fortunati, tutto nasce dal bisogno di ravvivare la giornata e per la voglia di “far pace” (quant’è bello, mamma mia).

L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia.
M. de Cervantes, in questa sua massima, ammette l’esistenza del diavolo (per la gioia della donna invisibile). In effetti però non so quanto la donna moderna sia felice di essere definita “stoppa”.

Piccolo avviso: da questo punto in poi ho scritto con una pizza e tre bicchieri di cannonau scadente in corpo.

L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.
H. Hesse. Quanto è raro che questo accada? Devono verificarsi tanti eventi tutti insieme, nella sequenza precisa e carichi di una non trascurabile intensità. Per prima cosa, ci dev’essere un interesse reciproco; questo è un evento quasi inconscio, non abbiamo alcun controllo (benché qualcuno s’illuda del contrario) sul suo verificarsi. Secondo (ma non per questo meno importante) evento, è la volontà e capacità di mettersi in gioco, di aprirsi, di lasciarsi scoprire. Questo evento è invece legato alla razionalità, alla coscienza, alla propria riflessione. Ed è proprio questo che, solitamente, non si riesce a fare.

“Vostra moglie è una rosa”, dicevano ad un poeta cieco. “Lo immaginavo dalle spine”, rispondeva lui.
A. Karr sta diventando il mio mito. In questo caso, in una frase apparentemente ironica e banale, ha racchiuso un significato ben più profondo. Una rosa avrebbe lo stesso fascino senza le sue spine? Certo che no. Come godere dei picchi di felicità senza prima raggiungere strapiombi di sconforto? Ben venga la donna combattiva, che tiene testa, che sa il fatto suo, ma che sia anche sincera e ami senza remore.

Gli uomini vorrebbero essere il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo.
Dal punto di vista di O. Wilde credo sarei una donna, ma oramai il mondo è talmente confuso che dire uomo o donna è come dire cioccolato nero o bianco (lo confesso, sono al quarto bicchiere). Se fosse veramente come dice il vecchio Oscar, le donne dimostrerebbero un’intelligenza nettamente superiore a quella dell’uomo. Personalmente credo nella profonda diversità tra i sessi, senza per questo volerne elevare nessuno. Ed è per questo che amo le donne; perché sono diverse da me.

E’ così dolce essere amati che ci accontentiamo anche dell’apparenza.
E. D’Houdetot, ma che tristezza. Che ci frega dell’apparenza se non ne sentiamo la sostanza? Forse intendeva dire la speranza, perlomeno lo spero (che bel gioco di parole. Farò finta di averlo scelto di proposito. Poi ovviamente mi ricorderò di cancellare questa nota prima di pubblicare l’articolo), altrimenti licenzierei il redattore che ha scelto questa massima e la categoria in cui inserirla.

Calma non può esserci nell’amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
Confermo, sottoscrivo e m’inchino di fronte a sì tanta verità. M. Proust conosceva bene il desiderio infinito dell’uomo di elevarsi sempre più in alto, di raggiungere obiettivi sempre più complessi, di desiderare sempre qualcosa di più di quanto si ha. E’ questo che ha spinto il progresso, la sete di conoscenza e la curiosità dell’uomo: il non accontentarsi mai. Ma come si può pensare allora che un rapporto d’amore con la stessa donna duri per tutta la vita? Perché non è in un altra donna che si può ottenere di più, ma alla donna che si ama e si stima si può chiedere di meglio, facendo crescere il rapporto, inventando nuovi modi di viverlo e crescendo insieme, così da creare in due i punti di partenza e di arrivo dei desideri di entrambi.

L’amore nasce di nulla e muore di tutto.
Come Tafazzi nel suo gesto istrionico che riassumeva l’essenza univoca della comicità, A. Karr ha racchiuso in nove parole l’essenza dell’Amore. La nascita di un Amore è indescrivibile, irrazionalizzabile e inspiegabile. La sua morte può avere invece miriadi di validi motivi, cause, colpe, responsabilità, la risoluzione di nessuno dei quali può provocare la rinascita dell’Amore perito. Per questo l’Amore va vissuto appieno quando l’abbiamo, perché quando non l’abbiamo ci mancherà. Da morirne.

Amare è trovare la propria anima attraverso l’anima dell’amato. Quando l’amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è perduta.
Nessun commento. Solo un inchino a
E. Lee Masters.

PS: so che la foto non c’azzecca molto con l’Amore, ma voglio ridurre al minimo la pubblicazione di foto trovate in giro per la rete ed invece utilizzare quelle di cui dispongo sul mio macinino. Se l’amore di Alessia per il mio scalpo non vi sembra abbastanza, beh… arrangiatevi.

 

Posted by on 7 settembre 2006 in Aforismi, Riflessioni

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