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Un uomo chiamato cavallo

Grandioso film, anno 1970, con uno strepitoso Richard Harris. Sebbene il tremendo rito di iniziazione a cui la tribù indiana sottopone il povero inglese sia di quelli da “ma chi me l’ha fatto fare”, il premio ricevuto in cambio vale sicuramente il prezzo pagato. Se non capite di cosa sto parlando, andatevi a vedere il film!
L’unico legame tra questo film e il fine settimana appena trascorso è la parola “cavallo”. Si, perché finalmente sono riuscito a salire nuovamente in groppa al nobile animale, per la terza volta in assoluto, dopo tanto tempo. La panoramica del giro non è stata delle migliori, ma la gioia che si prova nel montare un essere senziente (Lo giuro! Non ho pensato a nulla di malizioso! Tu invece si!) è un’emozione rara e preziosa.
In effetti a questo giro non avrei dovuto neppure esserci, non c’erano posti sufficienti per tutti quanti. Ma il forfait dello zio Pino all’ultimo minuto e la generosa rinuncia a mio favore (grazie Melanzana) degli altri aspiranti cavallerizzi hanno fatto si che potessi infilare le staffe e tenere le redini una volta ancora, in una bella, anche se un po’ ventosa, serata di agosto.
E così, alle 5:30 del pomeriggio di sabato, Michela, Pasticcino ed io ci siamo diretti verso il maneggio sulla mia prode vetturina. Siamo arrivati al maneggio puntuali come tre scarse imitazioni di orologio svizzero, ma il turno precedente non aveva ancora fatto ritorno e abbiamo avuto tutto il tempo di guardarci intorno. Nella stalla c’era una bella cavalla bianca irrequieta, che ogni tanto girava il suo muso per guardarci in cagnesco (un cavallo che guarda in cagnesco? Sarà possibile?). Pasticcino era tesa come una corda di violino, sembrava stesse aspettando il suo turno per ricevere l’estrema unzione (e per lei è cosa molto più grave di quanto non possa esserlo per un comune cristiano), Michela era tranquilla come una neonata alla sua poppata della sera (che immagine!), mentre io ero impaziente di vedere da vicino i cavalli che ci avrebbero portato sulla groppa. Sono rimasto un po’ male quando mi hanno fatto indossare il caschetto ma vabeh, la sicurezza prima di tutto; in effetti faceva pandane con la mia shirt da battaglia e i vecchi jeans da cavalcata selvaggia.
Montati in sella e ricevute le prime istruzioni (spiegato insomma l’uso dell’acceleratore, del freno, del sistema sterzante… ma la frizione? Avrà mica il cambio automatico il mio cavallo?) abbiamo cominciato a girare all’interno dello steccato, giusto per formare una colonna ordinata. Vabeh, ordinata… si fa per dire; non fosse stato per i cavalli ormai avezzi al percorso sono certo che ci saremmo ritrovati a giocare una partita di polo senza mazze, con giù una o più palle a forma di caschetto (eh si, “polo” non è solo un buco con la menta intorno). Comunque sia, sono stato eletto capofila, in quanto potevo vantare altre (udite udite!) due uscite a cavallo e devo ammettere di essere stato oltremodo bravo a pigiare l’acceleratore quel tanto sufficiente a far andare al passo l’indomabile animale. Dietro di me, a due lunghezze di distanza (notare come padroneggio il linguaggio equestre), si piazzava Pasticcino, in groppa al suo Goliat (che oltre alle titaniche minzioni e il proporzionato augello aveva ben poco a che fare con il mitico nemico di Davide), che per metà dell’escursione ha mantenuto un’espressione estasiata, con un sorriso quasi ebete a coronamento di ciò che probabilmente pensava: “Il mondo è mio, io sono dio, ho il cavallo più figo e ora sorpasso quell’idiota che ho davanti. Beeeello!“. La foto che sono riuscito a rubarle piazzandomi la fotocamera sulla schiena e scattando un po’ a caso non rende l’idea di quanto fosse felice di stare “lassù”. Ovviamente, l’idiota davanti ero io.
Ad una distanza variabile fra una e quattro lunghezze viaggiava Pippo, che portava a spasso la Michela (notare la dizione volutamente nordica) la quale, nonostante la vicinanza e le continue indicazioni del Top Gun (trad: il pistolone) dei cavalli non ha fatto suo il sistema di pilotaggio del quadrupede il quale, di tanto in tanto, si sollazzava amabilmente con le diverse foglie, erbe, canne (insomma, qualunque prominenza floristica che fosse minimamente masticabile) che trovava sul percorso, preparandosi forse per una kermesse culinaria con il resto della combriccola equina.
Il percorso in effetti non era il massimo, ma il godere del senso di libertà che regala il semplice stare su un cavallo ha compensato la non troppa varietà del paesaggio. Siamo passati sulla spiaggia, sebbene molto distanti dall’acqua, e ho provato l’ebrezza di vedermi additare dai bimbi (“Guarda papà, un cavallo!“. O cacchio, non stavano additando me ma il mio sottoposto!) nello stesso modo in cui, da piccolo, indicavo i cavalli vedendoli passare sulla battigia; li ricordavo molto più grandi in effetti, ma da piccolo anche mia madre sembrava gigante, mentre ora la sovrasto di ben oltre una spanna.
Tra qualche sosta per lo scarico dei liquidi in eccesso dei nostri mezzi di locomozione e qualche altra necessaria al recupero dello chef Pippo e della sua amazzone, il nostro giro è durato circa un’oretta. Nell’ultimo tratto, il cavallo della nostra guida che stava giusto davanti a me, ha ben pensato di disattivare il filtro antismog e liberarsi dei gas di scarico, deliziando me e risvegliando Pasticcino dal suo stato di incoscienza estatica con delle affascinanti peto-musiche. Per nostra fortuna, gli effluvi generati non rendevano affatto merito ai suoni emessi; un punto a favore dell’equino.
Alla fine dell’escursione sono rimasto un po’ con il mio amico il quale, a un certo punto, si è rotto di avermi tra le scatole e ha cercato di stritolarmi con una mossa da fare invidia al boa più grosso del Rio Grande. Fortuna che l’occhio digitale di Pasticcino (mostro questa foto per sua gentile concessione non ancora richiesta) era vigile, così posso mostrare al mondo le prove dell’episodio di cui parlo in tutta la sua tragica verità. Immagino nessuno possa evitare di intravedere lo sguardo assassino negli occhi dell’animale (l’animale è quello marrone).
Insomma, tra frizzi, lazzi e gesti istrionici ho passato un’oretta piacevole, rilassante e stimolante allo stesso tempo; un’esperienza che spero di ripetere presto.

 

Posted by on 28 agosto 2006 in Resoconti, Risate

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