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Tag Archives: Futuro

Futurando

Questa storia comincia domani.
Sarà un giorno meraviglioso, pieno di piacevoli sorprese e interessanti novità.
Prenderò tutte le decisioni giuste e pronuncerò sempre discorsi assennati e non avrò bisogno di preoccuparmi che la gente mi fraintenda, perché ogni mia parola sarà cristallina.
Quando uscirò di casa, ci sarà un tiepido sole che scalderà le mie membra senza farmi sudare.
Tutte le persone che incontrerò sorrideranno, perché non avranno alcun motivo per non farlo. Nessun timore, nessuna difesa necessaria. Tutti saranno sereni e felici, perché la vita è bella e niente può turbarla quando fai la cosa giusta.
Volgerò loro un saluto sconosciuto e non mi daranno del pazzo. Invece saluteranno di rimando, con sguardo caldo e solare, colmo di gioia.
Incontrerò famiglie felici, bimbi vocianti, scolaresche in gita, mamme indaffarate e padri con un bimbo sulle spalle.
Il fornaio sarà gentile, il macellaio racconterà una fantastica barzelletta mentre serve una cliente, il benzinaio mi scucirà 50€ per il pieno, ma lo farà con un radioso sorriso sotti i voluminosi baffi.
Mi fermerò davanti alle strisce pedonali attraversate da una ragazza bellissima. Si girerà verso di me sfoderando un incantevole sorriso e mi ringrazierà posando su di me lo sguardo dei suoi luminosissimi occhi verdi incorniciati da meravigliosi riccioli castani. E così, dopo avermi regalato inconsapevolmente qualche attimo di felicità, proseguirà per la sua strada.

Ed io sorriderò.

Domani.

 

Posted by on 19 aprile 2010 in Vaneggiamenti

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Un sogno per domani

Da bambino immaginavo mondi incantati, dove ogni desiderio veniva realizzato: le scuole chiuse, la bicicletta nuova, il mare nel giardino di casa nel quale tuffarmi dal balcone della mia camera da letto la mattina appena sveglio.
Sognavo di volare tanto così sopra la testa delle persone, evitando le loro mani tese verso l’alto nel tentativo di acciuffarmi, con virate strette oltre i limiti delle leggi fisiche. Ridacchiavo per i loro patetici, inutili saltelli. Eppure non riuscivo ad allontanarmi troppo da terra; i miei sporadici voli, per quanto sensazionalmente acrobatici, si consumavano sempre a pochi metri dal suolo.
C’è stato un periodo che ricordo con amara nostalgia, in cui riuscivo a pilotare i miei sogni decidendo cosa sognare poco prima di addormentarmi, come se scegliessi un film da vedere al cinema. Nessun telecomando magico; mi era sufficiente sdraiarmi sul letto e cominciare ad immaginare il sogno che avrei voluto vivere quella notte, fino a che non fosse arrivato il sonno a proseguire il lavoro.
E se per caso mi fossi svegliato prima del gran finale? Nessun problema, perché la notte successiva avrei ripreso dal punto esatto in cui il risveglio aveva interrotto il mio sogno, come se la giornata non fosse stata altro che una lunga e fastidiosa pubblicità.
Ora che bambino non lo sono più, perlomeno anagraficamente, ho perso queste meravigliose doti oniriche. Non per questo però ho perso la voglia di sognare, di costruire con l’immaginazione i miei mondi incantati e di immaginarmici dentro, in ruoli che in questo mondo non potrò mai ricoprire.
Grazie alle meraviglie che questi mondi fantasiosi mi offrono, come la possibilità di essere chiunque e qualunque cosa io desideri, mi ritrovo a lavorare sul me stesso reale, per migliorarmi e migliorare l’infinitesimo spicchio di mondo che mi circonda, per avvicinarmi a microscopici passi alla perfezione dei miei sogni.
Dopotutto, non mi dispiace affatto quello che sono. E sono certo che domani mi piacerò un po’ di più.

 

Posted by on 15 ottobre 2006 in Riflessioni, Sogni

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Un volo pindarico

Pubblicato su La voce del padrone.

L’acqua è la fonte primaria di sostentamento per la stragrande maggioranza degli animali pluricellulari presenti sulla terra. E’ una fonte naturale, teoricamente inesauribile, praticamente in esaurimento. È insapore, inodore, incolore.
Il pane è la fonte di sostentamento più importante, dopo l’acqua, per tutto il genere umano. E’ una fonte derivata, neppure troppo semplicemente, dalla lavorazione di diversi elementi naturali, quali acqua, grano, sale. È saporitissimo, emana dei profumi fantastici in cottura, può assumere diverse colorazioni a seconda degli ingredienti, della preparazione, dei tempi di cottura. Ci sono voluti secoli di perfezionamento, fin dalla preistoria, quando gli uomini pestavano le ghiande per ottenere una farina da cui preparare un pane simile ad una focaccia, perché arrivassimo al pane che conosciamo oggi. Con l’introduzione della lievitazione da parte dei babilonesi, perfezionata poi dagli egizi. Con l’aggiunta di altri ingredienti, come il sale e l’olio, e l’istituzione dei primi forni da parte dei greci. Con l’opera di diffusione operata dai Romani, che probabilmente diedero i natali al pane che conosciamo oggi. Il periodo del Rinascimento diede poi l’ultima spinta così che il pane divenisse l’alimento più diffuso in tutti e tre i mondi. Beh… almeno nel primo e nel secondo.
Il pane e l’acqua insieme costituiscono gli alimenti convenzionalmente elevati a minimo pasto utile al sostentamento di un essere umano. Anche di un cane, in effetti. Figuriamoci poi di un topo. L’espressione “a pane e acqua” è universalmente conosciuta e riconosciuta; la pratica del cibarsi di questi due soli alimenti viene sovente assegnata come tortura o punizione, scelta come penitenza, usata come mezzo per l’elevazione dello spirito. In tutti i casi comunque, l’alimentarsi con i soli pane ed acqua è definito come un sacrificio. Tranne che per Pannella; per lui il sacrificio sono un caffè e una pasta la mattina a colazione.
Il pane inoltre, in quanto alimento dipendente dalla disponibilità delle materie prime che lo compongono, ha attraversato le diverse epoche adattandosi alle necessità degli uomini. Quelle alimentari perlomeno. Così nel medioevo la povera gente era costretta a preparare il pane con l’orzo e il farro, perché non potevano certo permettersi il costosissimo frumento. Spesso la mancanza di alimenti non è stata globale, bensì localizzata ad alcune regioni; il pane originario di Perugia viene preparato senza l’uso del sale a causa del fatto che, per un lungo periodo di tempo, nella Perugia medioevale ci fu un aumento vertiginoso delle imposte sul sale, che causarono alla fine una rivolta della popolazione (passata alla storia come Guerra del Sale), sedata dalle truppe del pontefice Paolo III, il quale, a seguito di questa guerra, diede inizio alla costruzione della splendida Rocca Paolina.
Oggi siamo abituati all’abbondanza di ogni bene. Ci lamentiamo se al supermercato non troviamo almeno due marche diverse di farina, perché siamo convinti sia nostro inviolabile diritto scegliere quella che riteniamo, a torto o a ragione, la migliore, per poi renderci conto che puzza di topo morto e ne porta lo stesso sapore. Però che diamine, l’abbiamo scelta noi.
Ma cosa succederebbe se domani venisse a mancare uno degli ingredienti? E se ne mancasse più d’uno? Meglio ancora, cosa accadrebbe se non potessimo cuocere (e quindi cucinare) più nulla?
Lo so, sembra un’eventualità impossibile, eppure la storia ci insegna che le cose impossibili tendono a smentire la loro natura più spesso di quanto non crediamo. Personalmente avrei ritenuto impossibile vedere una mortadella al governo, ma tant’è.
Il clima mondiale sta cambiando. Alcune specie animali sono in via d’estinzione, altre sono già estinte. Anche la flora subisce il cambiamento senza apparenti lamentele; certo, da una begonia gigante del Brasile non ci si aspetta mica una manifestazione di piazza. Dallo strato di permafrost in assottigliamento si stanno liberando le sacche di metano imprigionate da centinaia di migliaia di anni, incrementando l’effetto serra che ne provoca la liberazione, alimentando così un circolo vizioso che, nel peggiore dei casi, cambierà radicalmente la composizione della nostra atmosfera. Anche le profondità marine hanno il loro simpatico strato di permafrost, che conserva sacche di metano e mantiene stabili le placche continentali; un suo assottigliamento potrebbe provocare immani catastrofi. Ma l’uomo generalmente non è lungimirante e vede ben poco al di là del suo spazio vitale; l’importante è poter uscire di casa, prendere la propria automobile, recarsi al proprio ristorante preferito e ordinare una bella bistecca al sangue, ma che provenga da allevamenti biologici per carità!
Chissà, forse un domani ci renderà felici la semplice consapevolezza che al pranzo della domenica verrà servita una razione abbondante di pane e acqua, ma è un domani che mi auguro di non arrivare a conoscere.

 

Posted by on 5 ottobre 2006 in Riflessioni

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Canzone quasi d’amore

Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo
per raccontarti il vuoto che al solito ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi,
giocando coi miei giorni,
col tempo.
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti,
o che “per le mie navi son quasi chiusi i porti”;
io parlo sempre tanto ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita,
costretta come dita
dei piedi.
Queste cose le sai perché siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali;
perché siam tutti soli ed è nestro destino
tentare goffi voli d’azione o di parola,
volando come vola
il tacchino.
Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno,
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sciupiamo niente
in tributi alla gente,
o al sogno.
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell’energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato,
vestendo abiti lisi buoni ad ogni evenienza,
inseguendo la scienza
o il peccato.
Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia;
perché siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni,
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri,
coglioni.
Ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata?
ti dono, se vorrai, questa noia già usata,
tienila in mia memoria ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto,
che la noia di un altro
non vale.
D’altra parte lo vedi, scrivo ancora canzoni,
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare,
grattarsi.

Francesco Guccini

 

Posted by on 30 settembre 2006 in Canzoni, Poesie

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L’anno che verrà

Chissà perché le aspettative di noi tutti nei confronti del nuovo anno sono sempre superiori a quanto ci si possa realisticamente attendere da un evento tanto convenzionale quanto ininfluente sulla realtà della vita.
Eppure il subconscio (ma forse neppure tanto “sub”) di tanti di noi, compreso il sottoscritto, sforna pensieri quali: “Vedrai, quest’anno sarà tutto diverso“, “Quest’anno sarà senz’altro migliore del precedente“, “Mi impegnerò di più“, “Non commetterò gli stessi errori“, “Quest’anno la fortuna sarà dalla mia; deve esserlo!” … e via discorrendo.
Ma quanti di questi buoni propositi, di queste malcelate speranze, di queste rinfrancanti pacche sulla spalla che ci diamo per incoraggiarci risultano poi veritiere?
Normalmente, nessuna.
Ci si ritrova con i medesimi problemi, che ciclicamente si presentano nella vita di ognuno di noi e che ci destano dal sogno della vita che vorremmo per riportarci alla realtà della vita che abbiamo. Ma in fondo è sempre stata questa la molla che ha portato l’umanità al livello di evoluzione che possiamo vantare: l’inseguimento dei propri sogni e, perché no, delle proprie chimere.
In cosa può esserci utile il passaggio dal vecchio al nuovo anno?
Può essere un modo per fare il resoconto dell’anno appena passato, per mettere su un piatto della bilancia le cose buone e sull’altro le cose meno buone, le cose irrisolte e quelle ancora pendenti, le gioie e i dolori, i sorrisi e gli sberleffi, le carezze e gli schiaffi. Ne risulterà un bilancio che potrà avere un giudizio puramente soggettivo, a seconda che siamo ottimisti o pessimisti, sognatori o realisti, buoni o cattivi.
Comunque sia questo bilancio, l’incedere del nuovo anno smorza il peso di tutti questi conti razionali e ci da la speranza per un futuro migliore, per delle giornate di sole, per delle notti di sonno tranquillo, per un domani più sereno ed un dopodomani gioioso.
Brindiamo dunque al nuovo anno, che sia ricco di gioie e povero di dolori, che sia dolce come lo vogliamo e piccante al punto giusto, che mostri gli amici e riveli i nemici, che sia un anno migliore di tutti quelli passati.
Buon 2006!

 

Posted by on 1 gennaio 2006 in Auguri, Riflessioni

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