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Lotta di classe

Stanotte, mentre mi rigiravo nel letto cercando la posizione migliore per liberarmi dal gas intestinale in eccesso (o forse cercavo una buona posizione per dormire, chissà), mi è tornato alla mente un episodio accaduto quando avevo circa 15 anni (uno o due secoli fa, quindi).
Assieme a due amici mi trovavo in un locale del mio paese che allora si chiamava Gorky, se la memoria non mi inganna. Stavamo seduti su una panchina, nel giardino del suddetto locale, e nella panchina vicino alla nostra sedevano tre giovani pulzelle che parlavano tra loro e ogni tanto buttavano un occhio nella nostra direzione (come peraltro facevamo noi verso di loro). A questo punto, uno dei miei due amici attacca bottone (a quei tempi ero piuttosto timido) e comincia a far domande. Non ricordo in che modo, ma il discorso è caduto su ciò che loro pensavano di noi. Mi rimase impresso il fatto che riuscirono a rispondere con un’espressione tanto ridotta quanto significativa, almeno per loro: ci definirono “quelli che studiano”.
Ero stato classificato, etichettato, giudicato perché ogni giorno mi svegliavo la mattina alle 6, prendevo un treno e rientravo a casa alle 15 del pomeriggio, per poi passare una (piccola) parte della serata sui libri.
La definizione, nonostante le apparenze, era tutt’altro che lusinghiera, perché sottintendeva tutta una serie di sotto-definizioni più specifiche e meno interpretabili: “puzza sotto al naso”, “saccenti”, “narcisisti” e via discorrendo.
Allora la cosa mi fece sorridere e, da buon narciso quale venivo definito, pensai a quanto fossero stupide e superficiali. Con il senno di poi però ho capito che, in parte, facevo lo stesso. Ricordo che anche per me loro erano “quelli che non studiano”, e sebbene non lo vedessi come un fatto negativo in se, li classificavo comunque, escludendoli in qualche modo dalla cerchia di cui ero invece parte integrante.
Allora, nella mia quasi totale ignoranza e immaturità, non mi resi conto di quanto fosse pericoloso questo modo di pensare: classificare, etichettare.
Oggi siamo tutti classificati. Ebrei, cristiani, musulmani, americani, palestinesi, italiani, cinesi, neri, zingari, commercialisti, omosessuali (si, li ho messi vicini di proposito), eccetera. Tutti subiamo l’onta o l’onore di ricevere una o più etichette. Se l’etichetta è riconosciuta come buona dalla morale comune, allora stiamo a posto.
Dopo che abbiamo un’etichetta addosso è difficile scrollarsela di dosso.
Un cinese? Tutti uguali. Occhi a mandorla e abiti contraffatti.
Uno zingaro? Zozzo e ladro.
Un musulmano? Terrorista.
Ci hanno provato anche i tedeschi ad ettichettarci, prima della sfida mondiale. Ci hanno dato dei pizzettari e si sono trovati due belle pizze calde nella loro porta.
Ma gli uomini (e le donne) dove li mettiamo? Le persone con le loro idee? Non voglio credere che tutti i musulmani siano dei Bin Laden, come non credo che tutti gli italiani siano dei Totò Riina.
La classificazione è la base dell’odio. L’odio personale è raro, l’odio verso un gruppo di persone nettamente identificato è invece consuetudine omertosamente accettata.
Un esempio semplice e banale? Basta guardare gli stadi di calcio. In quel caso la classificazione è portata, da alcuni, fino all’eccesso della violenza.
Se il classificare porta a conseguenze così tragiche in un campo di calcio, come possiamo stupirci dei risultati che questo nostro modo di pensare porta nel mondo reale?

 

Posted by on 31 agosto 2006 in Riflessioni

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