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Tag Archives: Racconto

Quell’insostenibile leggerezza dell’eros

Pubblicato su La voce del padrone.

Buio.
Le lenzuola di seta porpora ci avvolgevano completamente. Non so perché avesse fatto quella scelta, ma il contatto di quel tessuto delicato sulla pelle mi regalava una sensazione quasi contraddittoria di freschezza e calore. Mi piaceva tanto quella sensazione, e mi piaceva sentire il profumo di lei. Eravamo sdraiati sul fianco destro, il mio petto a contatto con la sua schiena, le mie labbra che sfioravano la sua nuca. Avevo il naso fra i suoi capelli e m’inebriavo di lei. Entrambi compivamo dei leggeri movimenti, ognuno volto a trovare un contatto nuovo, diverso, più intenso ed intimo. Le mie mani la stringevano, accarezzandole i seni e la pancia, mentre le sue mani premevano sul dorso delle mie, assecondandone i movimenti. Sentivo il nostro desiderio crescere all’unisono, il calore dei nostri corpi aumentare lentamente, la carezze farsi sempre più audaci. Precedendomi di un solo attimo, fu lei a modificare la forma che avevamo assunto, voltando il suo viso verso il mio.
Buio.
Non potevo vederlo, ma immaginavo il suo sguardo su di me, i suoi occhi nei miei. Avvicinò le sue labbra alle mie e le sfiorò delicatamente. Le schiudemmo insieme ed il nostro bacio si fece appassionato e languido. Le nostre lingue si avvinghiarono alla ricerca di quell’intimità irraggiungibile quanto agognata, il cui inseguimento inebria corpo, mente ed anima. Sentivo i suoi seni premere contro il mio petto, le sue mani percorrermi la schiena, le sue gambe accarezzare le mie. Il sapore del suo bacio mi riempiva, saturando il mio corpo dell’intenso piacere dell’abbandono. L’abbandono incondizionato, il concedere ed il concedersi, la convinzione che nulla avrebbe potuto turbare quel momento di estrema condivisione.
Buio.
Le sue mani si insinuarono fra i nostri corpi, cercando la prova del mio desiderio. Mi guidò dentro di se con studiata lentezza e sentii il suo calore avvolgermi gradualmente ma completamente. Mi circondò con braccia e gambe stringendomi forte a se, invitandomi a penetrare fino in fondo al suo essere, fino a fonderci in una sola cosa. Entrai in un sublime stato di trance, nel quale i miei pensieri vagavano rapidi e incontrollati senza soluzione di continuità. Respiravamo entrambi affannosamente ed il crescere dei suoi gemiti accompagnava i miei movimenti. Lei mi assecondava, senza remore né pudore. Mi resi conto che la sua stretta aumentava costantemente di vigore mentre il mio cuore aumentava i battiti. Smisi di respirare, per un attimo ed un’eternità, la mia schiena era percorsa dalle sue unghie che mi graffiavano senza però farmi male, e mi accorsi che anche lei aveva fermato il suo respiro e, soprattutto, i suoi gemiti. Avevo gli occhi chiusi, le palpebre strette come a proteggerli da una luce intensa che non era nella stanza, ma proveniva da dentro il mio corpo, dalla mia mente, forse. Ripresi a respirare dopo un tempo che mi sembrò lunghissimo, accasciandomi su di lei. Le sue mani accarezzavano dolcemente la mia schiena ed il suo respiro tornava lentamente normale. Riaprii gli occhi mentre la luce abbacinante che mi aveva travolto poco prima si attenuava sempre più rapidamente, lasciandomi addosso una insostenibile leggerezza.
Buio.

 

Posted by on 31 gennaio 2007 in Ricordi, Riflessioni

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La filastrocca di messer Binocoluto

Pubblicato su La voce del padrone.

Fu una sera di Dicembre, il Natale era alle porte,
che messer Binocoluto incontrò comar Sordina.
Egli avea scarponi grandi, delle braghe troppo corte,
un cappello da montagna e una maglia verdolina.
Ella invece, sì compita, sulla riva del ruscello,
si trovava indaffarata a lavar gli sporchi panni,
il sapone lei fregava su un vestito proprio bello,
rosso come il solleone, vecchio forse mille anni.
E messer Binocoluto, passeggiando allegramente,
si diresse verso riva per poterla salutare,
ma ahimé lo sfortunato, forse un po’ distrattamente,
inciampò in un ramo secco; proprio lì doveva stare!
Rotolò sopra le foglie, fece quattro capriole,
quando infine si fermò, massaggiandosi il sedere,
esclamò con voce grossa: “Accidenti, quanto duole!
E per tutti i santi numi, io non posso più vedere!”
Nel cadere avea perduto il suo bene più prezioso,
con gli occhiali lui poteva sì vedere tutto il mondo,
ma ora senza era perduto, ‘ché ad un palmo dal suo naso
non vedrebbe un elefante mentre compie un girotondo.
Il messere di gran lena, la sua voce usò a trombone,
per cercare l’attenzione della piccola comare.
Ma ahimé come sapete, se le orecchie non son buone,
mica serve ci si sgoli, tanto è inutile gridare.
Ed infatti la comare, non avendo un grande udito,
continuava allegramente fischiettando le canzoni
a fregare sul vestito il suo sapone profumato,
mentre il nostro buon messere camminava un po’ a tentoni.
Ma fu proprio in quel momento che comparve zio Dittongo,
trasportando sul carretto della legna per il fuoco,
ed udendo il gran trambusto, si gettò di mezzo al fango,
per accorrere in soccorso del messere mezzo cieco.
Ma messer Binocoluto l’altro non vedea arrivare,
nonostante zio Dittongo si sbracciasse risoluto,
‘ché neppure una parola lui riusciva a spiccicare,
che disgrazia poverino, lui era poco più che muto.
Ed infatti l’incidente, che pareva ormai concluso,
prese piega assai peggiore, causa brutta scivolata.
Fu lo zio che sopra il fango scivolò col suo bel muso
dirigendo sul messere una gran bella testata.
Ed entrambi i poveretti rotolaron nuovamente,
verso riva ahimé, che mira, travolgendo la comare,
“Cade il monte! Cade il monte!” urlò disperatamente
finché non si ritrovaron dentro l’acqua ad annaspare.
Per fortuna che il messere era un bravo nuotatore
e seguendo le istruzioni di chi più di lui vedeva
lestamente portò a riva zio Dittongo e la comare,
sani, salvi e un po’ bagnati, ma asciugarli non poteva.
“Per gli gnomi di foresta! Guarda lungo la corrente!”
gridò forte la comare rivolgendosi al messere.
Era il bel vestito rosso ad andar via velocemente,
il ruscello lo portava a ricongiungersi col mare.
Zio Dittongo anche se muto, cacciò un urlo prepotente,
ma il messer Binocoluto, ancor privo degli occhiali,
con la voce triste disse: “Io non vedo proprio niente,
dite tutto, che succede, ancor non son finiti i mali?”
“Disgraziati! Quel vestito, non sapete a chi appartiene?”
disse ancora la comare con le lacrime sugli occhi
“Era di Babbo Natale! Ma pensate quante pene
soffriranno quei bambini a cui non giungeranno i pacchi!”
Ma il messer Binocoluto, ch’era come pochi saggio,
pensò ad una soluzione, senza ben sapere quale,
quindi disse senza attesa, appoggiandosi ad un faggio:
“Non è solo col vestito che si fa Babbo Natale.”

 

Posted by on 11 dicembre 2006 in Filastrocche

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E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto

Pubblicato su La voce del padrone.

Io quando ero più piccolo facevo il campeggio. Ci andavo con mia mamma e mia sorella, perché mio papà non ci veniva con noi, che non viveva più in casa nostra. Mi ricordo che mi dovevo svegliare presto perché passava il treno. Alla stazione ci dovevamo andare a piedi, perché nel motorino di mia mamma non ci stavamo in tre. Che poi c’erano anche le valigie, e quelle non erano mica leggere. Nel treno faceva sempre caldo e a volte c’era il sole che bruciava gli occhi. Per fortuna c’era la tenda, ma se la chiudevi tutta c’era buio, quindi bisognava fare un po’ e un po’. Quello era un treno lento, che mi chiedevo sempre perché non ne prendevamo un altro, e ci voleva tutta una mattina per arrivare a Macomer. A Macomer c’era il pullman e quello ci portava fino a Bosa. Mia mamma mi diceva sempre che il pullman ci aspettava e io mi sono sempre creduto che mia mamma conosceva quello che guidava il pullman, ma forse mi prendeva in giro perché una volta il pullman non ci ha aspettato mica.
A Bosa era bello, perché passavamo sul ponte stretto stretto che il pullman quasi non ci passava e i signori che camminavano a piedi si mettevano girati per non farsi schiacciare i piedi. Dal ponte si vedeva la casa di zia Agnese. E si vedeva anche zia Agnese che ci aspettava sempre affacciata al balcone e quando vedeva il pullman lo salutava con la mano. Ma forse lei lo faceva con tutti i pullman, solo che negli altri io non c’ero e non la potevo vedere. Che poi io di quel balcone c’avevo paura perché sembrava rotto e ogni volta che mi affacciavo mi girava la testa, non lo so perché. Mi ricordo che zia Agnese comprava sempre le angurie giganti quando venivamo noi, e io ne mangiavo un sacco e ne volevo altra anche quando era finita. Però zia Agnese la sapeva solo comprare l’anguria, perché a tagliarla ci riusciva solo zio Domenico. Era bello mio zio Domenico. Aveva gli occhi celesti e uno era storto, che sembrava che ti guardava sempre l’orecchio, però lui faceva il pescatore e questo a me mi piaceva. Io volevo sempre andare sulla sua barca, ma mi diceva che ero ancora piccolo. Che poi non lo so se ci andavo davvero, perché loro si alzavano alle quattro del mattino. Io nemmeno lo sapevo com’erano le quattro del mattino, però mi credevo che andavano così presto per catturare i pesci quando erano addormentati. E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto. Che poi lui non prendeva proprio i pesci, ma pescava le aragoste. Io c’avevo paura delle aragoste perché erano brutte e sembravano i mostri. Che poi io i mostri non ce li avevo mai visti, però pensavo che potevano essere come le aragoste. Allora non le mangiavo. Però forse ero un po’ stupido.
Poi un giorno veniva zio Delio e ci portava al mare. Dormivamo nella sua tenda che era marrone e grande. Il posto dove andavamo era “S’abba druche”. Che poi io non lo sapevo mica che “S’abba druche” voleva dire “L’acqua dolce”. E forse non me ne importava mica niente. Quando arrivavamo c’era mia zia Rita con i figli che erano già al mare, tutti neri abbronzati, e lei sorrideva sempre quando ci vedeva arrivare. Io credo che sono molto amiche lei e mia mamma, anche se sono cugine. Io volevo sempre fare il bagno appena ero arrivato, ma mia mamma c’aveva sempre da dire di no. Non lo so perché, ma tanto poi mia zia Rita la convinceva e io il bagno me lo facevo lo stesso. Bisognava scendere i gradini di terra per andare nella spiaggia, perché la tenda era più in alto. Mio zio Delio la metteva sempre nello stesso posto, la tenda marrone. E anche tutti quegli altri che conoscevamo la mettevano nello stesso posto, ma non quello di mio zio Delio. Ma le tende non erano attaccate e c’erano i passaggi, che noi le chiamavamo le strade e gli davamo pure i nomi, ma adesso non me li ricordo mica più. E poi dietro c’era la montagna che sembrava che non si poteva arrivare fino a sopra, ma una volta ci sono arrivato fino a sopra, insieme agli altri. Però me lo ricordo che da sopra si vedeva il campeggio. Si vedeva la tenda marrone di mio zio Delio ma era piccola e io non lo so se c’era qualcuno dentro quando era così piccola. E poi si vedeva il mare. E si vedevano le barche piccole piccole e lontane lontane. Un signore che c’era lì sopra perché era venuto con noi mi aveva detto che più lontano di tutto c’era l’orizzonte. Mi diceva che l’orizzonte era la linea dritta dove finiva il mare e incominciava il cielo. Io non lo sapevo mica che il mare finiva. E poi lui diceva che era dritta, ma a me mi sembrava un po’ storta però. Lui mi diceva che era perché la terra era tonda. Allora io guardavo per terra ma non mi sembrava tonda, però mi stavo zitto perché lui era un signore grande. Quando scendevamo poi eravamo tutti stanchi, ma quel signore dell’orizzonte era il più stanco di tutti. Io pensavo che era perché diceva le bugie, ma non lo dicevo a nessuno però.
Mio zio Delio poi era il sindaco del campeggio. Ma era un sindaco per finta, però tutti lo cercavano quando c’avevano bisogno. Io non lo so perché era lui il sindaco. Forse perché pescava i ricci. Forse perché beveva molto vino e lo invitavano sempre tutti a bere il vino. Una volta me lo ha fatto assaggiare il vino, mio zio Delio. Lui mi ha detto di non dirlo a mia mamma e io non gliel’ho detto. Però il vino era buono. Di notte eravamo tutti nella tenda di mio zio Delio e di mia zia Rita. C’erano le stanze nella tenda, che erano marroni però più chiare. Nella stanza che dormivo io c’erano anche mia mamma e mia sorella. Mi ricordo che a volte c’avevo paura perché c’era il vento. E quando pioveva e facevano i tuoni avevo paura più di tutto, perché sembrava che un gigante stava prendendo la tenda con la mano per strapparla via. Ma poi mi hanno detto che i giganti non esistono, però c’erano le capre. Di mattina sentivo sempre le campane delle capre, perché c’era il pastore che le portava dentro il campeggio. E quando uscivamo fuori c’era la cacca a pallini e allora capivamo che erano le capre. Il signore che faceva il pastore era un signore vecchio. Mio zio Delio lo conosceva e allora qualche volta ci portava il latte delle sue capre che se lo bevevi poi non c’avevi più fame fino alla merenda. Una volta quel signore mi ha fatto lottare con il suo caprone perché io dicevo di essere più forte. Però non ho mica vinto. Era più forte il caprone.
Di mattina era presto quando ci alzavamo, perché nella tenda era caldo e perché noi bambini volevamo andare a correre. Andavamo sempre nella spiaggetta di zio Delio. Che poi non lo so se era la sua, ma però tutti dicevamo così per mandar via gli altri. Era piccola quella spiaggia e c’era l’acqua bassa, perché sotto l’acqua c’era la roccia liscia. Però c’erano i ricci e una volta mi hanno punto perché non avevo messo i sandali e mia mamma mi ha tolto le spine con le pinzette. Però era bello perché sembrava che camminavi sull’acqua. Quando finiva la roccia c’era l’acqua alta che era scura e faceva paura. Mio zio Delio mi diceva sempre di non andarci, ma lui ci andava e quando tornava aveva pescato i ricci. Una volta li abbiamo usati per combattere, i ricci, ma era solo la buccia, perché erano già mangiati. Li tiravamo addosso a quelli dell’altra spiaggia che venivano a scocciare. Meno male che non lo hanno detto ai grandi.
Un giorno sono andato sulla spiaggia a giocare e ho bisticciato con uno. Non me lo ricordo perché abbiamo bisticciato, ma sua mamma ci ha separati e ci ha detto di fare pace e noi l’abbiamo fatta. Da quel giorno abbiamo giocato sempre insieme e io lo chiamavo AmicoNemico perché avevamo litigato ma poi avevamo fatto pace. E anche lui mi chiamava così. Quando era di sera andavo nella sua tenda e chiedevo alla mamma se poteva venire con me nella mia tenda, ma lei a volte non voleva. Ma quando voleva andavamo sulla spiaggia di nascosto per guardare il sole che tuffava nell’acqua e le onde alte. A volte andavamo anche a correre nelle rocce che tanto avevamo i sandali di plastica, ma era pericoloso lo stesso. Forse se non era pericoloso non lo facevamo. Alcuni altri bambini erano caduti e si erano fatti male, al ginocchio o alla faccia. Io solo alle mani, una volta, ma poco. I grandi non volevano che andavamo sulle rocce a correre. Forse se volevano non lo facevamo.
Poi lui doveva partire e io ero triste. Dovevo restare ancora lì due settimane e lì mi piaceva, però se lui non c’era mi piaceva un po’ meno. Forse lui era di Roma, mi sembra. Io pensavo che veniva l’anno prossimo, ma non c’era. Però io l’ho aspettato. Anche l’anno prossimo ancora.

L’ho rivisto dopo quattro anni, forse cinque. L’ho riconosciuto quasi subito, ma per salutarci e riconoscerci ufficialmente abbiamo titubato un po’. Ricordo che abbiamo parlato molto degli avvenimenti degli ultimi anni. In breve, ci siamo raccontati, cosa che non avevamo fatto quattro anni prima. Siamo tornati a sederci sulla spiaggia al tramonto, sperando in una bella mareggiata. A correre sulle rocce però non ci siamo andati. Forse in quei quattro o cinque anni qualche cosa l’avevamo imparata.
Siamo rimasti insieme solo qualche giorno, perché quell’anno sono tornato a casa prima del solito. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto e che ci ho parlato.

Non so se lui si ricordi ancora di me, dopotutto sono passati vent’anni. Sono però certo che tra altri vent’anni sentirò ancora di essere il suo AmicoNemico.

E questo è tutto quanto avevo da dire su questa storia.

 

Posted by on 22 ottobre 2006 in Ricordi, Riflessioni

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C’era una volta il West

Ecco in foto il famoso bandito Lazy the Gavettoner, pistolero famoso più per la sua classe che per la velocità della sua pistola. Egli era solito vincere con l’astuzia i rari duelli in cui veniva (suo malgrado) coinvolto.
Ha ucciso Billy the Kid cantandogli la sua ninna nanna preferita, quella che gli cantava sempre la vecchia madre, e facendolo addormentare in una pozza di abbeveraggio per i cavalli. Il povero Billy avrebbe probabilmente galleggiato per tutta la durata del pisolino se l’astutissimo Lazy non gli avesse legato al collo un’incudine da 25 chilogrammi.
Ha fatto sparire (eh si, perché nessuno ne ha trovato i resti) il famigerato Butch Cassidy. Si dice lo abbia sepolto vivo in una vecchia miniera, convincendolo ad entrare nell’oscuro cunicolo con il miraggio di un sacco di pepite d’oro per fargli poi esplodere alle spalle l’unico ingresso disponibile; casualmente, quell’unico ingresso costituiva anche l’unica via d’uscita.
Ha reso Calamity Jane una povera casalinga frustrata, facendole sfornare 7 gemelli (è stato il primo parto ettagemellare del West) e costringendola a preparare manicaretti da mane a sera. La lasciò con i pargoli promettendole di tornare appena lei avesse imparato a cucinare gli spaghetti alle arselle. Si dice la poveretta stia ancora cercando di capire cosa siano gli spaghetti; le arselle, invece, aveva ben pensato di sostituirle con le lingue di gatto.
L’ultima storia su Lazy the Gavettoner che gira per le lande desolate del selvaggio West risale al 3 Settembre scorso, quando si ritrovò invitato alla festa della tosatura dei bovini gemelli, presso il Ghiani’s Corral. Sapeva bene che quell’invito nascondeva qualcosa di losco, ma il suo animo avventuriero ed impavido lo portò ad accettarlo senza un briciolo di paura.
Giunse sul luogo nel primo pomeriggio, con un sole caldo e accecante che dominava la prateria. Il cancello era chiuso e i feroci cani addestrati alla guardia corsero subito verso di lui digrignando i denti ed abbaiando violentemente. Senza battere ciglio, Lazy scese da cavallo lentamente, assicurò il suo destriero e si diresse dritto verso i cani, guardandoli dritti negli occhi con sguardo penetrante. Sarà stato il suo sguardo, sarà stata la sua spaventosa presenza fisica, uno dei cani invertì la marcia e, con la coda fra le gambe, corse via tra guaiti sconnessi e timidi latrati. Qualcuno dei presenti giurò di aver sentito uscire dalla bocca del cane anche dei miagolii, degli squittii alcuni gracidii e persino una canzone di Paola e Chiara, ma nessuno gli diede credito. Il secondo cane stava comunque avvicinandosi al nostro prode pistolero il quale, in tutta calma, estrasse la pistola, la puntò alla testa dell’animale sollevando il cane (quello della pistola, non l’animale) preparandosi a fare fuoco. Arrivato a un passo dal canide, con mossa rapida e possente, gli strinse la gola nella mano sinistra e gli puntò la pistola sul muso. Il cane capì e pensò (non lo disse solo a causa di una laringite che lo aveva colpito giorni prima): “Tu sei il mio padrone”. Lazy, nella sua immensa magnanimità, lo lasciò vivere.
In quel momento, attirata dal latrare dei cani e dal sublime profumo della colonia del nostro pistolero, giunse una vecchia conoscenza: Calamity Pasty.
Lazy si voltò di scatto ed ebbe un sussulto nel vedere com’era cambiata. Aveva perso almeno 60 chili ed aveva finalmente dismesso gli abiti da matrona che portava quando gestiva un bordello a Guasillon City. A quei tempi, la “Piccola Pasty” (come la chiamavano abitualmente i distinti frequentatori del suo locale) aveva un debole per Lazyto (così lo chiamava lei) e quest’ultimo era sempre costretto a fuggire dalla finestra per evitare che il quintalico corpicino della Piccola finisse non troppo casualmente sopra di lui.
Gli ci volle un po’ per riprendersi dalla sorpresa. Nel frattempo il canide rischiò di morire soffocato, perché la stretta di Lazy era possente come quella di una morsa fatta con il Pongo. La Piccola Pasty che aveva davanti agli occhi contrastava con l’immagine pingue che aveva nella mente. La donna vestiva come una moderna Daisy Duke (come facesse a conoscerla il Lazy, questo è tuttora un mistero), con dei pantaloni attillati, una camicia blu che le copriva a malapena il procace (Oddio no! Era dimagrita anche li!) seno e degli stivali con degli altissimi tacchi a spillo; dopo il suo passaggio ci si potevano seminare gli occhielli, visti i buchi che lasciava sul prato. Ma quello che più colpì il nostro fu la pistola che teneva ben stretta nella mano destra, maneggiandola con perizia e bravura che non erano certo associabili ad una vecchia matrona.
Non ebbero neppure il tempo di scambiarsi una parola quando sentirono degli ululati familiari: uno sparuto gruppo di indiani Cippirimochi correvano rapidamente verso di loro.
Ma l’astuzia del Lazy e la ritrovata agilità della Piccola Pasty permisero loro di non farsi sopraffare: il pistolone di Lazy finì subito puntato alla nuca dello sciamano del gruppo, tale Otacovva, che continuava ad agitare il manico di scopa che aveva in mano come se volesse richiamare la pioggia acida. I due guerrieri, dal canto loro, puntavano la punta delle loro frecce verso il viso imperscrutabile e cattivo del Lazy. Piccola Pasty non si sforzò troppo in questo frangente, aveva addirittura messo la pistola nella fondina, quasi fosse complice. Quasi….? D’Oh!
La situazione si capovolse in un attimo. Calamity Pasty si allontanò lentamente ridacchiando sotto i baffi ormai in ricrescita. Lazy la sentì urlare tra le risate frasi del tipo “Io sono dio”, “Il mondo è mio”, “Tanto muori gonfio”. La situazione, quindi, divenne tragica.
Lo sciamano Otacovva continuava ad agitare la scopa in preda ad un delirio da trance prolungata (o da oppio tagliato male).
La sqaw Ancilapunche (che tradotto significa “Svegliata con Rutto”) puntava il suo arco contro la nuca scoperta dell’impavido Lazy.
Il guerriero Unga-Munchi (trad: “Coscia di elefante indiano che vive vicino a Kualalumpur nonostante sia nato vicino a Bombai da madre africana e padre ignoto”) prendeva di mira l’orecchio destro del coraggioso cowboy.
L’azione di Lazy fu rapida; puntò il pistolone dritto verso il basso ventre di Unga-Munchi e gli disse queste parole: “Quando un uomo con la pistola incontra un indiano Cippirimochi (trad: “con l’arco dalle frecce spuntate e con una mira pari a quella di un pipistrello orbo a mezzogiorno”), l’indiano Cippirimochi è un indiano morto. Se non ve ne andate faccio rotolare le tue tre palle (gli indiani Cippirimochi sono famosi per averne 3) spelacchiate per tutta la prateria!”. Sentendo il tono deciso del pistolero e avendo inspiegabilmente compreso le sue parole, il gruppetto di indiani abbassò gli archi e ripose le frecce. Solo lo sciamano continuò la sua danza ancora per qualche momento, fino a quando Ancilapunche non si prodigò in uno di quei rutti che le valsero il nome, svegliando Otacovva dalla sua oppiacea trance.
Lazy non perse tempo. Corse verso il suo cavallo, vi montò di corsa e galoppò veloce, seguendo una nuvoletta di polvere in lontananza: Calamity Pasty che cavalcava via.
La raggiunse e la sfidò a duello. Lei non poté rifiutarsi. L’epilogo è scontato. Vi dico solo che a Lazy bastò un unico colpo. Dopo averla stesa si avvicinò a lei. Respirava ancora. Sembrava voler dire qualcosa. Sicuramente l’amore della pingue Piccola Pasty non era scivolato via assieme ai chili perduti; si, con l’ultimo respiro, la ora affascinante Calamity Pasty voleva dichiarare il suo amore eterno.
Lazy avvicinò il suo orecchio alle labbra di lei e…
“Brutta merda…” furono le parole pronunciate tra rantoli soffocati. E spirò. “Beh” pensò Lazy “sempre meglio che morire gonfi!”. Diede istruzioni per la sepoltura, che pagò profumatamente (che cavaliere!).
Ora, tutto quello che Lazy the Gavettoner desiderava era tornare a casa dalla sua adorata Calamity Jane, sperando che finalmente gli cucinasse qualcosa di commestibile invece dei soliti hamburgher bruciati, sperando che i 7 marmocchi ora fossero abbastanza grandi per smettere di pisciacchiare e scagazzare sulla sua pelle di bisonte preferita, sperando che a Calamity fosse passato quel famoso mal di testa che l’aveva assalita alla nascita dei magnifici 7.
Ma tutte queste speranze potevano aspettare. Non si sarebbe certo messo in viaggio prima di gustarsi il meritato riposo sull’amaca rubata dal ronzino di Calamity Pasty. Mentre riposava beatamente, nel pieno del dormiveglia, gli sembrò di sentire una vocina nella sua mente che continuava a ripetere “Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda…..”

 

Posted by on 12 settembre 2006 in Resoconti, Risate

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Un uomo chiamato cavallo

Grandioso film, anno 1970, con uno strepitoso Richard Harris. Sebbene il tremendo rito di iniziazione a cui la tribù indiana sottopone il povero inglese sia di quelli da “ma chi me l’ha fatto fare”, il premio ricevuto in cambio vale sicuramente il prezzo pagato. Se non capite di cosa sto parlando, andatevi a vedere il film!
L’unico legame tra questo film e il fine settimana appena trascorso è la parola “cavallo”. Si, perché finalmente sono riuscito a salire nuovamente in groppa al nobile animale, per la terza volta in assoluto, dopo tanto tempo. La panoramica del giro non è stata delle migliori, ma la gioia che si prova nel montare un essere senziente (Lo giuro! Non ho pensato a nulla di malizioso! Tu invece si!) è un’emozione rara e preziosa.
In effetti a questo giro non avrei dovuto neppure esserci, non c’erano posti sufficienti per tutti quanti. Ma il forfait dello zio Pino all’ultimo minuto e la generosa rinuncia a mio favore (grazie Melanzana) degli altri aspiranti cavallerizzi hanno fatto si che potessi infilare le staffe e tenere le redini una volta ancora, in una bella, anche se un po’ ventosa, serata di agosto.
E così, alle 5:30 del pomeriggio di sabato, Michela, Pasticcino ed io ci siamo diretti verso il maneggio sulla mia prode vetturina. Siamo arrivati al maneggio puntuali come tre scarse imitazioni di orologio svizzero, ma il turno precedente non aveva ancora fatto ritorno e abbiamo avuto tutto il tempo di guardarci intorno. Nella stalla c’era una bella cavalla bianca irrequieta, che ogni tanto girava il suo muso per guardarci in cagnesco (un cavallo che guarda in cagnesco? Sarà possibile?). Pasticcino era tesa come una corda di violino, sembrava stesse aspettando il suo turno per ricevere l’estrema unzione (e per lei è cosa molto più grave di quanto non possa esserlo per un comune cristiano), Michela era tranquilla come una neonata alla sua poppata della sera (che immagine!), mentre io ero impaziente di vedere da vicino i cavalli che ci avrebbero portato sulla groppa. Sono rimasto un po’ male quando mi hanno fatto indossare il caschetto ma vabeh, la sicurezza prima di tutto; in effetti faceva pandane con la mia shirt da battaglia e i vecchi jeans da cavalcata selvaggia.
Montati in sella e ricevute le prime istruzioni (spiegato insomma l’uso dell’acceleratore, del freno, del sistema sterzante… ma la frizione? Avrà mica il cambio automatico il mio cavallo?) abbiamo cominciato a girare all’interno dello steccato, giusto per formare una colonna ordinata. Vabeh, ordinata… si fa per dire; non fosse stato per i cavalli ormai avezzi al percorso sono certo che ci saremmo ritrovati a giocare una partita di polo senza mazze, con giù una o più palle a forma di caschetto (eh si, “polo” non è solo un buco con la menta intorno). Comunque sia, sono stato eletto capofila, in quanto potevo vantare altre (udite udite!) due uscite a cavallo e devo ammettere di essere stato oltremodo bravo a pigiare l’acceleratore quel tanto sufficiente a far andare al passo l’indomabile animale. Dietro di me, a due lunghezze di distanza (notare come padroneggio il linguaggio equestre), si piazzava Pasticcino, in groppa al suo Goliat (che oltre alle titaniche minzioni e il proporzionato augello aveva ben poco a che fare con il mitico nemico di Davide), che per metà dell’escursione ha mantenuto un’espressione estasiata, con un sorriso quasi ebete a coronamento di ciò che probabilmente pensava: “Il mondo è mio, io sono dio, ho il cavallo più figo e ora sorpasso quell’idiota che ho davanti. Beeeello!“. La foto che sono riuscito a rubarle piazzandomi la fotocamera sulla schiena e scattando un po’ a caso non rende l’idea di quanto fosse felice di stare “lassù”. Ovviamente, l’idiota davanti ero io.
Ad una distanza variabile fra una e quattro lunghezze viaggiava Pippo, che portava a spasso la Michela (notare la dizione volutamente nordica) la quale, nonostante la vicinanza e le continue indicazioni del Top Gun (trad: il pistolone) dei cavalli non ha fatto suo il sistema di pilotaggio del quadrupede il quale, di tanto in tanto, si sollazzava amabilmente con le diverse foglie, erbe, canne (insomma, qualunque prominenza floristica che fosse minimamente masticabile) che trovava sul percorso, preparandosi forse per una kermesse culinaria con il resto della combriccola equina.
Il percorso in effetti non era il massimo, ma il godere del senso di libertà che regala il semplice stare su un cavallo ha compensato la non troppa varietà del paesaggio. Siamo passati sulla spiaggia, sebbene molto distanti dall’acqua, e ho provato l’ebrezza di vedermi additare dai bimbi (“Guarda papà, un cavallo!“. O cacchio, non stavano additando me ma il mio sottoposto!) nello stesso modo in cui, da piccolo, indicavo i cavalli vedendoli passare sulla battigia; li ricordavo molto più grandi in effetti, ma da piccolo anche mia madre sembrava gigante, mentre ora la sovrasto di ben oltre una spanna.
Tra qualche sosta per lo scarico dei liquidi in eccesso dei nostri mezzi di locomozione e qualche altra necessaria al recupero dello chef Pippo e della sua amazzone, il nostro giro è durato circa un’oretta. Nell’ultimo tratto, il cavallo della nostra guida che stava giusto davanti a me, ha ben pensato di disattivare il filtro antismog e liberarsi dei gas di scarico, deliziando me e risvegliando Pasticcino dal suo stato di incoscienza estatica con delle affascinanti peto-musiche. Per nostra fortuna, gli effluvi generati non rendevano affatto merito ai suoni emessi; un punto a favore dell’equino.
Alla fine dell’escursione sono rimasto un po’ con il mio amico il quale, a un certo punto, si è rotto di avermi tra le scatole e ha cercato di stritolarmi con una mossa da fare invidia al boa più grosso del Rio Grande. Fortuna che l’occhio digitale di Pasticcino (mostro questa foto per sua gentile concessione non ancora richiesta) era vigile, così posso mostrare al mondo le prove dell’episodio di cui parlo in tutta la sua tragica verità. Immagino nessuno possa evitare di intravedere lo sguardo assassino negli occhi dell’animale (l’animale è quello marrone).
Insomma, tra frizzi, lazzi e gesti istrionici ho passato un’oretta piacevole, rilassante e stimolante allo stesso tempo; un’esperienza che spero di ripetere presto.

 

Posted by on 28 agosto 2006 in Resoconti, Risate

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Le cinque stirpi

Ho finito di leggerlo giusto ieri. Senz’altro un bel libro fantasy, ben scritto e ben curato, sebbene a tratti rallenti troppo e ricada in qualche banalità. Si legge a rotta di collo fino ai tre quarti, per poi rallentare un po’ per un centinaio di pagine. Superate queste, si torna ad una lettura fluida e coinvolgente.
Se amate il fantasy e simpatizzate per i nani è un tomo che non può mancare nella vostra libreria. I nani sono infatti i protagonisti indiscussi delle quasi 640 pagine che compongono la storia, reggendo nelle loro piccole ma possenti mani il destino della Terra Nascosta, minacciata dal male proveniente dalla Terra Estinta.
A mio parere mancano un po’ di dettagli; sarebbe stato interessante qualche flashback per chiarire la situazione attuale. Un pochino di cattiveria in più nel finale non avrebbe certo guastato, ma capisco che è difficile rinunciare ai personaggi a cui ci si affeziona mentre si scrive.
Il finale lascia comunque qualche spiraglio per un seguito. Non ci resta quindi che sperare nella fantasia dell’autore.

Titolo.: Le cinque stirpi
Autore.: Markus Heitz
Editore: Editrice NORD
ISBN…: 8842914339
Prezzo.: 19,90€

 

Posted by on 23 agosto 2006 in Libri

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