RSS

Tag Archives: Scienza

…e della patatina

Continua da Del cetriolino…

Dopo l’illuminante discussione del venerdì sera, il sabato pomeriggio, nel totale rilassamento concesso alle stanche membra dal mio comodissimo divano, ho riflettuto. Ho pensato tra me e me (anche perché per pensare tra me e qualcun altro dovrei essere telepatico): “Però, vedi te quante paturnie si fanno le donne sul nostro cosino”.
Poi però, sfruttando la mia innata e famosa dote autocritica, mi sono autoformulato una domanda bastarda: “Tu non hai mai fatto analoghi ragionamenti sulla… ?”.
Empasse. Volevo darle un nome che non fosse volgare né troppo tecnico.
Allora, anche per una sorta di par condicio, ecco qui qualche modo alternativo di chiamare l’agognato pertugio (ora non gridateli sperando che arrivino nelle vostre mani frotte di cespuglietti): accattatronchi, acchiappavampiri, afflosciapertiche, aiuola, alberta, albicocca, antro pelosetto, apecheronza, a’ pelos’, astuccio, attizzabanane, azzittapreti, baccigalupa, baffetta, bagascia, bagerda, bagianna, bagnasciuga, baia dei porci, balusa, barbana, barbisa, bargiggia, bartòca, barzigola , basagna, basciara, battilarda, bergnifula, bernarda, bertuela, bezza (friulano), birindella, bocciolo, brigna, broddoi, bugna, buscia, caga bocie, canappa, cancello, carmensita, casa dolce casa, castagna, caurella, cava marocca, caverna, C’coria (cicoria in dialetto salernitano), cecafella, ceciotta, centrillo, certosina, Chella ca guarda ‘n terra (presente sul tabellone della Smorfia napoletana), chiavica, ciabatta, ciacchera, ciamporgna, cicala, ciccia, cimosa, cinciallegra, ciola, ciorciola, ciornia, cirilla, ciscia (da un sonetto del Belli), ciuccia (dal dialetto di Chieti), ciuetta (dal dialetto marchigiano), ciufeca (da un sonetto del Belli), ciunna (dal dialetto ciociaro), cocona (dal dialetto veneziano), cocchia (Ancona, Numana, Sirolo, Camerano), conno (dal latino cunnus), conto in banca (Benigni), coteca co lo pilo (Marche, con riferimento alla cotica di maiale), cozza, crepaccia (Benigni), crosara (in dialetto veronese incrocio a 4 strade), cunna (da un sonetto del Belli), cunnu (dialetto sassarese), curciu (Lecce), cut (da Shakespeare), dove che te pissi (veneto), ernesta, fagiana, fagiolina, fallicida, farfadulla, farfalla, farticchiu, farsora (veneto: padella che serve per friggere), fasulara, fava, fazana, fella, felputino, fessa (da un sonetto del Belli), fica (da un sonetto del Belli), fifina, figa, filettina (Benigni), filiberta, finestrella (da un sonetto del Belli. Ndr: questo Belli era proprio un gran maiale), fiocca (Cremona), fioppa, fiora (veronese), firillacchera, fisarmonica (Benigni. Ndr: seguace del Belli?), fischiarola, fissa, flippa, foca, fodero (da un sonetto del Belli. E daje), folpa (Veneto), fornetto, fragolina, fregna, fresella, friciolina, frinfrella, frisella, frittola, frugolina, fuffola, furicule, garage, gatta, gegia, gigina, gimbarda, gina, gnaola, gnocca, gnogna, grotta, guersa, gunnu, hotel, ingoiacippe, iòna, iula, labbra verticali, leccornia, lenticchia della nicchia, lerchia, lumachina bavosa, l’amica che gira in pelliccia anche in pieno agosto, lubrificapertiche, mafalda, mangiapiselli, marmotta, meccia, meneghina, micia, mollichina, mona, mouzza, mussa, nido, ‘ntacca, orgasmino, pacchiu, paccioccio, paffia, pafonza, pagnotta, papaia, papera, papogna, pappaddonciu, pappaggliuolu, parpagghiune, parussola, passera, patacca, patafiora, pataguersa, patana, patarchia, patasgnacchera, patata, patonza, pavea, p’ccion, pecchia, pelandra, pelliccia, pennica (da una canzone degli Squallor), perdesca, pertugia, pertusiello, picchiaccone, pichinicchia, pillitu, pipilla, pipina, pipistrella, pirchiacchia, piripilla, pisciotta, pittera, potta, pricoca, prugnetta, pucchiacca, pussy, quella cosa che finisce per no (me la dai? no!), repella (Avellino), sabongia, sala giochi, salatina, sartacena (Basilicata), sbarzifula (dal dialetto ossolano), sbrinzia, scarciofotta, sciacquanerchia, sciscì, scrigno, scruacchia, sdraiacazzi, selva oscura, sfarfallapifferi, sgnacca, sgnacchera, sisolina, sorca, spaccazza, spelonca, squinzia, sticchio, sucarola, sverta, tabbacchera (Basilicata), tabernacolo (Benigni), tacchina (Benigni), tagliola (da un sonetto del Belli), tana, taratofola, temperamatite, topa, traforo del san bernardo, triangolo, tromba, tuffola, tulipana, tunnel dell’amore, turlio, ubalda, udda, un vago ricordo, vaccara, vagina, vappagghiu, ventosa, veri-fica-banconote, verza, vispa teresa, vongola, vora, vulva, zabrisca, zaffa, zempiffera, zenzera, zergnapola (pipistrello femmina in dialetto veronese), zinzin, zunnu (tempio), zuzzera. Per la lista completa degli oltre 800 (ottocento) sinonimi guardate qui.
Ecco, fatto. Espletati i doveri sulla par condicio, ho ripreso le amare riflessioni sulla vispa teresa.
E in effetti, debbo dare ragione all’esperta (non che le avessi dato torto, sia chiaro): anche l’occhio vuole la sua parte. Per esperienze dirette e indirette, posso affermare senza timor di smentita di conoscere intimamente una discreta serie di differenti sisoline, tutte carucce per carità, ma ognuna diversa per forma, colore, dimensione, umidità, accoglienza (non sempre la reception dell’hotel fa bene il suo dovere), colore e perché no, profumo e sapore.
Quindi anche la patonza può essere elegante e, di conseguenza, inelegante. Ora non vi posso descrivere l’immagine che è passata rapidamente attraverso i miei neuroni preposti ai pensieri lussuriosi, ma vi assicuro che mi è corso un brivido lungo la schiena fin giù per il coccige, ha attraversato il perineo ed è tornato su per la pancia. Brrrrrrr.
Ora ho finalmente una missione, uno scopo (esagerato!) nella vita: trovare la patata perfetta. Certo, sarà faticoso, dovrò essere un esaminatore attento ed imparziale. Dovrò basarmi solo sull’analisi razionale di ciò che vedrò, annusserò, assaggerò. E quando l’avrò trovata (si, perché la troverò), solo allora raggiungerò l’apice della felicità, salvo poi accorgermi che la donna intorno all’ineguagliabile pertugio sarà tutt’altro che perfetta.
Ma volete mettere la soddisfazione di un coito elegante contro l’immane fatica e l’indomita perseveranza necessarie a costruire l’Amore (quasi) perfetto?
Già… volete mettere?
Non c’è confronto, ovviamente.

 

Posted by on 8 ottobre 2006 in Resoconti, Riflessioni, Risate

2 Comments

Tags: ,

Del cetriolino…

Venerdì sera mi sono ritrovato a casa di amici. Tra un frizzo, un lazzo e un gesto istrionico, verso la una del mattino abbiamo deciso che il calo di zuccheri era diventato insostenibile, per cui ci siamo messi a preparare dei leggerissimi profiteroles ed una specie di torta con pan di spagna, panna montata, cioccolato fuso e farina di cocco.
Mentre attendevamo che i preparati accuratamente riposti in frigorifero raggiungessero la temperatura migliore per consumarli (ndr: una temperatura minimamente accettabile, vista la fame incombente), ci siamo ritrovati a discorrere amabilmente seduti attorno al tavolo.
I primi argomenti affrontati hanno quasi estirpato la voglia di profiteroles dal nostro cervellino: stitichezza, diarrea e coito anale. Non mi dilungherò troppo nel descrivere le illuminate conclusioni; dirò solo che i profiteroles li abbiamo gustati comunque.
Dopo che due dei giovani virgulti presenti hanno abbandonato il desco per dedicarsi a più piacevoli dissertazioni (o meglio pratiche: sesso o sonno), il discorso si è spostato, grazie ad un intervento dell’esperta dell’allegro gruppetto, sul pene di Rocco Siffredi. Pare infatti, a detta dell’esperta, che l’opinione comune assegni al suddetto pene una bellezza (oltre che una prestanza, quindi) fuori dal comune. L’esperta, però, non si è detta daccordo.
Apro una piccola parentesi per sottolineare il fatto che inizialmente c’è stata una piccola empasse sul nome dell’attrezzo. Qualcuno ha detto “pene”, qualcun’altro “cazzo”. Eppure i nomi affibbiatigli non mancano di certo (in ordine rigorosamente alfabetico quei pochi che ho avuto voglia di trascrivere): alabarda, alzabandiera, anaconda, arnese, atlascopco (ma chi diamine se l’è inventato questo?), attrezzo, azzittamonache, bacchioloscopio, banana (classico), bastoncino findus (per i modesti), batacchio, bega, belìn, biberone, biscotto, biscottone (solo per i più dotati), black&decker, cacchio, calippo, cannolo, capitone, ceppa (solitamente abbreviativo di “ceppa di minchia”), cetriolo, cianciola, ciolla, cippalippa, clarinetto, cogno (rubato dallo spagnolo, se non erro), coso, creapopoli (manie di grandezza, eh?), crescinmano (quantevvero), dardo, diciotto uso famiglia (saranno i centimetri di chi ha coniato il termine?), drago, durlindana, estintore, excalibur, fallo, fava, fella, festuca, flauto in pelle, fungia, gelato, ghigno, gingillo, giuan capucchion, grande capo, grimaldello, guerriero di porpora, hozzo (sarà toscano?), i’ccricchedellacinquecento, il feroce Salamino, il vendicatore calvo, jojò, joystick, kinderbueno (per le più golose), lecca lecca, legno, mafrogno, maglio perforante (esoso), mandingo, mandrillo, manganello, manico (e derivati), margiano, mattarello, mazza, melanzana (chiedo scusa a chi si sente colpita, ma c’era anche questo), membro, merlo, minchia, mostro (per le amanti dell’orrido), natta, nerchia, nervo, obelisco, organo, oseo, pacco, papagno, papocchio, pasquale (la mazza centrale, vicina di ernesto il testicolo destro ed evaristo quello sinistro), pendaglio da sorca, pene, periscopio, pertica, picionco, pillona, pipillo, pipino, pippolo, pirillo, piripicchio, pirla, pirulino, pisello (da cui pisellino e pisellone per adeguarsi alle varie misure), pistillo, pistola, pistone, pitone, proboscide, punta di trapano, putrella, quaiàt, ragioniere (ma de che?), randello, rocco, salame (e varie derivazioni), sarchiapone, sbaranbaus, sbatacchione, schiatta fessa, scupett, serpe (c’era anche questo, che ci volete fa’), sfibramorroidi, sfilatino, sfondapucchiacche, sguarramazzo, siluro, smafaro, sommergibile, spadone, spegnivoglia, spicaluru, spinterogeno, sputabambiniliquidi, sputa putei, squartamucche, staggia, stanga, stummu, sventrapapere (e la sua variante sventrapassere), taganello, tappabuchi, tarello, termometrone, torello, tranciapolli, trapano, trecchia, trivella, tromba, tronchetto, turlone, uccello, ugo, useo (uccello veneto, credo), vasacallo, verga, vranca, wafer, wuberone, zammara, zampone, zibibbo, zifone, zizernello, zucchino, zuffolo, ‘zzo.
Questi sono solo alcuni degli oltre 700 (settecento) sinonimi utilizzati per chiamare il tanto discusso arnese. Potete trovarli tutti qui (risparmiatevi le battute sul servizio fornito dal sito: non lo utilizzo, ma se volete provarlo sono sputabambiniliquidi vostri).
Tornando al wuberone del buon Rocco, la mia bastarda curiosità mi ha spinto a porre la domanda che tutti i presenti, sotto sotto, si ponevano ma che probabilmente non avevano il coraggio di fare (o forse, semplicemente, sono stato più rapido degli altri): cos’aveva l’ammennicolo in questione per ingenerare cotanta smorfia di disgusto (ho visto il viso dell’esperta, stava a pochi centimetri da me, e vi assicuro che se non era disgusto poco ci mancava)?
Dopo qualche smorfia indecisa, qualche gesto con le mani a mimare l’orripilante deformità, siamo riusciti ad avere un identikit del tanto discusso sarchiapone.
Ora, se volete vedere il nervo di Rocco non starò certo qui a descrivervelo: sono certo che non avrete difficoltà a trovarne una fedele riproduzione fotostatica semplicemente cercando su google. Sta di fatto che, dall’identikit e dalla prima domanda, mi è partita la seconda curiosità bastarda nei confronti della nostra esperta: come dovrebbe essere un guerriero di porpora per piacerti?
“Elegante.”
Beh certo, elegante…
Elegante?
Perbacco, certo, di pirla in frack ne ho visti tanti, ma erano pirla metaforici. Avevano due gambe, due braccia, due occhi, un cervello (spesso inutilizzato).
Come sarà mai un black&decker elegante (questa era la terza domanda bastarda, scaturita in coro da parte di tutti gli astanti)?
“Bella forma, bel colore.”
Ah certo… eh si.
Bella forma, bel colore. Questo sfama la vista. Poi immagino necessiti anche di un invitante profumo, un buon sapore. Certo che se parlasse e facesse pure discorsi interessanti…
Insomma, alla fin della fiera, non abbiamo ben capito come dovrebbe essere uno sventrapapere perché possa fregiarsi dell’etichetta di eleganza della nostra esperta, ma a quanto abbiamo appreso la cosa importante è che non sia a manico d’ombrello o a curva di San Sperate.

Continua su …e della patatina.

 

Posted by on 8 ottobre 2006 in Resoconti, Riflessioni, Risate

2 Comments

Tags: ,

Un volo pindarico

Pubblicato su La voce del padrone.

L’acqua è la fonte primaria di sostentamento per la stragrande maggioranza degli animali pluricellulari presenti sulla terra. E’ una fonte naturale, teoricamente inesauribile, praticamente in esaurimento. È insapore, inodore, incolore.
Il pane è la fonte di sostentamento più importante, dopo l’acqua, per tutto il genere umano. E’ una fonte derivata, neppure troppo semplicemente, dalla lavorazione di diversi elementi naturali, quali acqua, grano, sale. È saporitissimo, emana dei profumi fantastici in cottura, può assumere diverse colorazioni a seconda degli ingredienti, della preparazione, dei tempi di cottura. Ci sono voluti secoli di perfezionamento, fin dalla preistoria, quando gli uomini pestavano le ghiande per ottenere una farina da cui preparare un pane simile ad una focaccia, perché arrivassimo al pane che conosciamo oggi. Con l’introduzione della lievitazione da parte dei babilonesi, perfezionata poi dagli egizi. Con l’aggiunta di altri ingredienti, come il sale e l’olio, e l’istituzione dei primi forni da parte dei greci. Con l’opera di diffusione operata dai Romani, che probabilmente diedero i natali al pane che conosciamo oggi. Il periodo del Rinascimento diede poi l’ultima spinta così che il pane divenisse l’alimento più diffuso in tutti e tre i mondi. Beh… almeno nel primo e nel secondo.
Il pane e l’acqua insieme costituiscono gli alimenti convenzionalmente elevati a minimo pasto utile al sostentamento di un essere umano. Anche di un cane, in effetti. Figuriamoci poi di un topo. L’espressione “a pane e acqua” è universalmente conosciuta e riconosciuta; la pratica del cibarsi di questi due soli alimenti viene sovente assegnata come tortura o punizione, scelta come penitenza, usata come mezzo per l’elevazione dello spirito. In tutti i casi comunque, l’alimentarsi con i soli pane ed acqua è definito come un sacrificio. Tranne che per Pannella; per lui il sacrificio sono un caffè e una pasta la mattina a colazione.
Il pane inoltre, in quanto alimento dipendente dalla disponibilità delle materie prime che lo compongono, ha attraversato le diverse epoche adattandosi alle necessità degli uomini. Quelle alimentari perlomeno. Così nel medioevo la povera gente era costretta a preparare il pane con l’orzo e il farro, perché non potevano certo permettersi il costosissimo frumento. Spesso la mancanza di alimenti non è stata globale, bensì localizzata ad alcune regioni; il pane originario di Perugia viene preparato senza l’uso del sale a causa del fatto che, per un lungo periodo di tempo, nella Perugia medioevale ci fu un aumento vertiginoso delle imposte sul sale, che causarono alla fine una rivolta della popolazione (passata alla storia come Guerra del Sale), sedata dalle truppe del pontefice Paolo III, il quale, a seguito di questa guerra, diede inizio alla costruzione della splendida Rocca Paolina.
Oggi siamo abituati all’abbondanza di ogni bene. Ci lamentiamo se al supermercato non troviamo almeno due marche diverse di farina, perché siamo convinti sia nostro inviolabile diritto scegliere quella che riteniamo, a torto o a ragione, la migliore, per poi renderci conto che puzza di topo morto e ne porta lo stesso sapore. Però che diamine, l’abbiamo scelta noi.
Ma cosa succederebbe se domani venisse a mancare uno degli ingredienti? E se ne mancasse più d’uno? Meglio ancora, cosa accadrebbe se non potessimo cuocere (e quindi cucinare) più nulla?
Lo so, sembra un’eventualità impossibile, eppure la storia ci insegna che le cose impossibili tendono a smentire la loro natura più spesso di quanto non crediamo. Personalmente avrei ritenuto impossibile vedere una mortadella al governo, ma tant’è.
Il clima mondiale sta cambiando. Alcune specie animali sono in via d’estinzione, altre sono già estinte. Anche la flora subisce il cambiamento senza apparenti lamentele; certo, da una begonia gigante del Brasile non ci si aspetta mica una manifestazione di piazza. Dallo strato di permafrost in assottigliamento si stanno liberando le sacche di metano imprigionate da centinaia di migliaia di anni, incrementando l’effetto serra che ne provoca la liberazione, alimentando così un circolo vizioso che, nel peggiore dei casi, cambierà radicalmente la composizione della nostra atmosfera. Anche le profondità marine hanno il loro simpatico strato di permafrost, che conserva sacche di metano e mantiene stabili le placche continentali; un suo assottigliamento potrebbe provocare immani catastrofi. Ma l’uomo generalmente non è lungimirante e vede ben poco al di là del suo spazio vitale; l’importante è poter uscire di casa, prendere la propria automobile, recarsi al proprio ristorante preferito e ordinare una bella bistecca al sangue, ma che provenga da allevamenti biologici per carità!
Chissà, forse un domani ci renderà felici la semplice consapevolezza che al pranzo della domenica verrà servita una razione abbondante di pane e acqua, ma è un domani che mi auguro di non arrivare a conoscere.

 

Posted by on 5 ottobre 2006 in Riflessioni

Leave a comment

Tags: , , ,