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Tag Archives: Umorismo

…e della patatina

Continua da Del cetriolino…

Dopo l’illuminante discussione del venerdì sera, il sabato pomeriggio, nel totale rilassamento concesso alle stanche membra dal mio comodissimo divano, ho riflettuto. Ho pensato tra me e me (anche perché per pensare tra me e qualcun altro dovrei essere telepatico): “Però, vedi te quante paturnie si fanno le donne sul nostro cosino”.
Poi però, sfruttando la mia innata e famosa dote autocritica, mi sono autoformulato una domanda bastarda: “Tu non hai mai fatto analoghi ragionamenti sulla… ?”.
Empasse. Volevo darle un nome che non fosse volgare né troppo tecnico.
Allora, anche per una sorta di par condicio, ecco qui qualche modo alternativo di chiamare l’agognato pertugio (ora non gridateli sperando che arrivino nelle vostre mani frotte di cespuglietti): accattatronchi, acchiappavampiri, afflosciapertiche, aiuola, alberta, albicocca, antro pelosetto, apecheronza, a’ pelos’, astuccio, attizzabanane, azzittapreti, baccigalupa, baffetta, bagascia, bagerda, bagianna, bagnasciuga, baia dei porci, balusa, barbana, barbisa, bargiggia, bartòca, barzigola , basagna, basciara, battilarda, bergnifula, bernarda, bertuela, bezza (friulano), birindella, bocciolo, brigna, broddoi, bugna, buscia, caga bocie, canappa, cancello, carmensita, casa dolce casa, castagna, caurella, cava marocca, caverna, C’coria (cicoria in dialetto salernitano), cecafella, ceciotta, centrillo, certosina, Chella ca guarda ‘n terra (presente sul tabellone della Smorfia napoletana), chiavica, ciabatta, ciacchera, ciamporgna, cicala, ciccia, cimosa, cinciallegra, ciola, ciorciola, ciornia, cirilla, ciscia (da un sonetto del Belli), ciuccia (dal dialetto di Chieti), ciuetta (dal dialetto marchigiano), ciufeca (da un sonetto del Belli), ciunna (dal dialetto ciociaro), cocona (dal dialetto veneziano), cocchia (Ancona, Numana, Sirolo, Camerano), conno (dal latino cunnus), conto in banca (Benigni), coteca co lo pilo (Marche, con riferimento alla cotica di maiale), cozza, crepaccia (Benigni), crosara (in dialetto veronese incrocio a 4 strade), cunna (da un sonetto del Belli), cunnu (dialetto sassarese), curciu (Lecce), cut (da Shakespeare), dove che te pissi (veneto), ernesta, fagiana, fagiolina, fallicida, farfadulla, farfalla, farticchiu, farsora (veneto: padella che serve per friggere), fasulara, fava, fazana, fella, felputino, fessa (da un sonetto del Belli), fica (da un sonetto del Belli), fifina, figa, filettina (Benigni), filiberta, finestrella (da un sonetto del Belli. Ndr: questo Belli era proprio un gran maiale), fiocca (Cremona), fioppa, fiora (veronese), firillacchera, fisarmonica (Benigni. Ndr: seguace del Belli?), fischiarola, fissa, flippa, foca, fodero (da un sonetto del Belli. E daje), folpa (Veneto), fornetto, fragolina, fregna, fresella, friciolina, frinfrella, frisella, frittola, frugolina, fuffola, furicule, garage, gatta, gegia, gigina, gimbarda, gina, gnaola, gnocca, gnogna, grotta, guersa, gunnu, hotel, ingoiacippe, iòna, iula, labbra verticali, leccornia, lenticchia della nicchia, lerchia, lumachina bavosa, l’amica che gira in pelliccia anche in pieno agosto, lubrificapertiche, mafalda, mangiapiselli, marmotta, meccia, meneghina, micia, mollichina, mona, mouzza, mussa, nido, ‘ntacca, orgasmino, pacchiu, paccioccio, paffia, pafonza, pagnotta, papaia, papera, papogna, pappaddonciu, pappaggliuolu, parpagghiune, parussola, passera, patacca, patafiora, pataguersa, patana, patarchia, patasgnacchera, patata, patonza, pavea, p’ccion, pecchia, pelandra, pelliccia, pennica (da una canzone degli Squallor), perdesca, pertugia, pertusiello, picchiaccone, pichinicchia, pillitu, pipilla, pipina, pipistrella, pirchiacchia, piripilla, pisciotta, pittera, potta, pricoca, prugnetta, pucchiacca, pussy, quella cosa che finisce per no (me la dai? no!), repella (Avellino), sabongia, sala giochi, salatina, sartacena (Basilicata), sbarzifula (dal dialetto ossolano), sbrinzia, scarciofotta, sciacquanerchia, sciscì, scrigno, scruacchia, sdraiacazzi, selva oscura, sfarfallapifferi, sgnacca, sgnacchera, sisolina, sorca, spaccazza, spelonca, squinzia, sticchio, sucarola, sverta, tabbacchera (Basilicata), tabernacolo (Benigni), tacchina (Benigni), tagliola (da un sonetto del Belli), tana, taratofola, temperamatite, topa, traforo del san bernardo, triangolo, tromba, tuffola, tulipana, tunnel dell’amore, turlio, ubalda, udda, un vago ricordo, vaccara, vagina, vappagghiu, ventosa, veri-fica-banconote, verza, vispa teresa, vongola, vora, vulva, zabrisca, zaffa, zempiffera, zenzera, zergnapola (pipistrello femmina in dialetto veronese), zinzin, zunnu (tempio), zuzzera. Per la lista completa degli oltre 800 (ottocento) sinonimi guardate qui.
Ecco, fatto. Espletati i doveri sulla par condicio, ho ripreso le amare riflessioni sulla vispa teresa.
E in effetti, debbo dare ragione all’esperta (non che le avessi dato torto, sia chiaro): anche l’occhio vuole la sua parte. Per esperienze dirette e indirette, posso affermare senza timor di smentita di conoscere intimamente una discreta serie di differenti sisoline, tutte carucce per carità, ma ognuna diversa per forma, colore, dimensione, umidità, accoglienza (non sempre la reception dell’hotel fa bene il suo dovere), colore e perché no, profumo e sapore.
Quindi anche la patonza può essere elegante e, di conseguenza, inelegante. Ora non vi posso descrivere l’immagine che è passata rapidamente attraverso i miei neuroni preposti ai pensieri lussuriosi, ma vi assicuro che mi è corso un brivido lungo la schiena fin giù per il coccige, ha attraversato il perineo ed è tornato su per la pancia. Brrrrrrr.
Ora ho finalmente una missione, uno scopo (esagerato!) nella vita: trovare la patata perfetta. Certo, sarà faticoso, dovrò essere un esaminatore attento ed imparziale. Dovrò basarmi solo sull’analisi razionale di ciò che vedrò, annusserò, assaggerò. E quando l’avrò trovata (si, perché la troverò), solo allora raggiungerò l’apice della felicità, salvo poi accorgermi che la donna intorno all’ineguagliabile pertugio sarà tutt’altro che perfetta.
Ma volete mettere la soddisfazione di un coito elegante contro l’immane fatica e l’indomita perseveranza necessarie a costruire l’Amore (quasi) perfetto?
Già… volete mettere?
Non c’è confronto, ovviamente.

 

Posted by on 8 ottobre 2006 in Resoconti, Riflessioni, Risate

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Del cetriolino…

Venerdì sera mi sono ritrovato a casa di amici. Tra un frizzo, un lazzo e un gesto istrionico, verso la una del mattino abbiamo deciso che il calo di zuccheri era diventato insostenibile, per cui ci siamo messi a preparare dei leggerissimi profiteroles ed una specie di torta con pan di spagna, panna montata, cioccolato fuso e farina di cocco.
Mentre attendevamo che i preparati accuratamente riposti in frigorifero raggiungessero la temperatura migliore per consumarli (ndr: una temperatura minimamente accettabile, vista la fame incombente), ci siamo ritrovati a discorrere amabilmente seduti attorno al tavolo.
I primi argomenti affrontati hanno quasi estirpato la voglia di profiteroles dal nostro cervellino: stitichezza, diarrea e coito anale. Non mi dilungherò troppo nel descrivere le illuminate conclusioni; dirò solo che i profiteroles li abbiamo gustati comunque.
Dopo che due dei giovani virgulti presenti hanno abbandonato il desco per dedicarsi a più piacevoli dissertazioni (o meglio pratiche: sesso o sonno), il discorso si è spostato, grazie ad un intervento dell’esperta dell’allegro gruppetto, sul pene di Rocco Siffredi. Pare infatti, a detta dell’esperta, che l’opinione comune assegni al suddetto pene una bellezza (oltre che una prestanza, quindi) fuori dal comune. L’esperta, però, non si è detta daccordo.
Apro una piccola parentesi per sottolineare il fatto che inizialmente c’è stata una piccola empasse sul nome dell’attrezzo. Qualcuno ha detto “pene”, qualcun’altro “cazzo”. Eppure i nomi affibbiatigli non mancano di certo (in ordine rigorosamente alfabetico quei pochi che ho avuto voglia di trascrivere): alabarda, alzabandiera, anaconda, arnese, atlascopco (ma chi diamine se l’è inventato questo?), attrezzo, azzittamonache, bacchioloscopio, banana (classico), bastoncino findus (per i modesti), batacchio, bega, belìn, biberone, biscotto, biscottone (solo per i più dotati), black&decker, cacchio, calippo, cannolo, capitone, ceppa (solitamente abbreviativo di “ceppa di minchia”), cetriolo, cianciola, ciolla, cippalippa, clarinetto, cogno (rubato dallo spagnolo, se non erro), coso, creapopoli (manie di grandezza, eh?), crescinmano (quantevvero), dardo, diciotto uso famiglia (saranno i centimetri di chi ha coniato il termine?), drago, durlindana, estintore, excalibur, fallo, fava, fella, festuca, flauto in pelle, fungia, gelato, ghigno, gingillo, giuan capucchion, grande capo, grimaldello, guerriero di porpora, hozzo (sarà toscano?), i’ccricchedellacinquecento, il feroce Salamino, il vendicatore calvo, jojò, joystick, kinderbueno (per le più golose), lecca lecca, legno, mafrogno, maglio perforante (esoso), mandingo, mandrillo, manganello, manico (e derivati), margiano, mattarello, mazza, melanzana (chiedo scusa a chi si sente colpita, ma c’era anche questo), membro, merlo, minchia, mostro (per le amanti dell’orrido), natta, nerchia, nervo, obelisco, organo, oseo, pacco, papagno, papocchio, pasquale (la mazza centrale, vicina di ernesto il testicolo destro ed evaristo quello sinistro), pendaglio da sorca, pene, periscopio, pertica, picionco, pillona, pipillo, pipino, pippolo, pirillo, piripicchio, pirla, pirulino, pisello (da cui pisellino e pisellone per adeguarsi alle varie misure), pistillo, pistola, pistone, pitone, proboscide, punta di trapano, putrella, quaiàt, ragioniere (ma de che?), randello, rocco, salame (e varie derivazioni), sarchiapone, sbaranbaus, sbatacchione, schiatta fessa, scupett, serpe (c’era anche questo, che ci volete fa’), sfibramorroidi, sfilatino, sfondapucchiacche, sguarramazzo, siluro, smafaro, sommergibile, spadone, spegnivoglia, spicaluru, spinterogeno, sputabambiniliquidi, sputa putei, squartamucche, staggia, stanga, stummu, sventrapapere (e la sua variante sventrapassere), taganello, tappabuchi, tarello, termometrone, torello, tranciapolli, trapano, trecchia, trivella, tromba, tronchetto, turlone, uccello, ugo, useo (uccello veneto, credo), vasacallo, verga, vranca, wafer, wuberone, zammara, zampone, zibibbo, zifone, zizernello, zucchino, zuffolo, ‘zzo.
Questi sono solo alcuni degli oltre 700 (settecento) sinonimi utilizzati per chiamare il tanto discusso arnese. Potete trovarli tutti qui (risparmiatevi le battute sul servizio fornito dal sito: non lo utilizzo, ma se volete provarlo sono sputabambiniliquidi vostri).
Tornando al wuberone del buon Rocco, la mia bastarda curiosità mi ha spinto a porre la domanda che tutti i presenti, sotto sotto, si ponevano ma che probabilmente non avevano il coraggio di fare (o forse, semplicemente, sono stato più rapido degli altri): cos’aveva l’ammennicolo in questione per ingenerare cotanta smorfia di disgusto (ho visto il viso dell’esperta, stava a pochi centimetri da me, e vi assicuro che se non era disgusto poco ci mancava)?
Dopo qualche smorfia indecisa, qualche gesto con le mani a mimare l’orripilante deformità, siamo riusciti ad avere un identikit del tanto discusso sarchiapone.
Ora, se volete vedere il nervo di Rocco non starò certo qui a descrivervelo: sono certo che non avrete difficoltà a trovarne una fedele riproduzione fotostatica semplicemente cercando su google. Sta di fatto che, dall’identikit e dalla prima domanda, mi è partita la seconda curiosità bastarda nei confronti della nostra esperta: come dovrebbe essere un guerriero di porpora per piacerti?
“Elegante.”
Beh certo, elegante…
Elegante?
Perbacco, certo, di pirla in frack ne ho visti tanti, ma erano pirla metaforici. Avevano due gambe, due braccia, due occhi, un cervello (spesso inutilizzato).
Come sarà mai un black&decker elegante (questa era la terza domanda bastarda, scaturita in coro da parte di tutti gli astanti)?
“Bella forma, bel colore.”
Ah certo… eh si.
Bella forma, bel colore. Questo sfama la vista. Poi immagino necessiti anche di un invitante profumo, un buon sapore. Certo che se parlasse e facesse pure discorsi interessanti…
Insomma, alla fin della fiera, non abbiamo ben capito come dovrebbe essere uno sventrapapere perché possa fregiarsi dell’etichetta di eleganza della nostra esperta, ma a quanto abbiamo appreso la cosa importante è che non sia a manico d’ombrello o a curva di San Sperate.

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Posted by on 8 ottobre 2006 in Resoconti, Riflessioni, Risate

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C’era una volta il West

Ecco in foto il famoso bandito Lazy the Gavettoner, pistolero famoso più per la sua classe che per la velocità della sua pistola. Egli era solito vincere con l’astuzia i rari duelli in cui veniva (suo malgrado) coinvolto.
Ha ucciso Billy the Kid cantandogli la sua ninna nanna preferita, quella che gli cantava sempre la vecchia madre, e facendolo addormentare in una pozza di abbeveraggio per i cavalli. Il povero Billy avrebbe probabilmente galleggiato per tutta la durata del pisolino se l’astutissimo Lazy non gli avesse legato al collo un’incudine da 25 chilogrammi.
Ha fatto sparire (eh si, perché nessuno ne ha trovato i resti) il famigerato Butch Cassidy. Si dice lo abbia sepolto vivo in una vecchia miniera, convincendolo ad entrare nell’oscuro cunicolo con il miraggio di un sacco di pepite d’oro per fargli poi esplodere alle spalle l’unico ingresso disponibile; casualmente, quell’unico ingresso costituiva anche l’unica via d’uscita.
Ha reso Calamity Jane una povera casalinga frustrata, facendole sfornare 7 gemelli (è stato il primo parto ettagemellare del West) e costringendola a preparare manicaretti da mane a sera. La lasciò con i pargoli promettendole di tornare appena lei avesse imparato a cucinare gli spaghetti alle arselle. Si dice la poveretta stia ancora cercando di capire cosa siano gli spaghetti; le arselle, invece, aveva ben pensato di sostituirle con le lingue di gatto.
L’ultima storia su Lazy the Gavettoner che gira per le lande desolate del selvaggio West risale al 3 Settembre scorso, quando si ritrovò invitato alla festa della tosatura dei bovini gemelli, presso il Ghiani’s Corral. Sapeva bene che quell’invito nascondeva qualcosa di losco, ma il suo animo avventuriero ed impavido lo portò ad accettarlo senza un briciolo di paura.
Giunse sul luogo nel primo pomeriggio, con un sole caldo e accecante che dominava la prateria. Il cancello era chiuso e i feroci cani addestrati alla guardia corsero subito verso di lui digrignando i denti ed abbaiando violentemente. Senza battere ciglio, Lazy scese da cavallo lentamente, assicurò il suo destriero e si diresse dritto verso i cani, guardandoli dritti negli occhi con sguardo penetrante. Sarà stato il suo sguardo, sarà stata la sua spaventosa presenza fisica, uno dei cani invertì la marcia e, con la coda fra le gambe, corse via tra guaiti sconnessi e timidi latrati. Qualcuno dei presenti giurò di aver sentito uscire dalla bocca del cane anche dei miagolii, degli squittii alcuni gracidii e persino una canzone di Paola e Chiara, ma nessuno gli diede credito. Il secondo cane stava comunque avvicinandosi al nostro prode pistolero il quale, in tutta calma, estrasse la pistola, la puntò alla testa dell’animale sollevando il cane (quello della pistola, non l’animale) preparandosi a fare fuoco. Arrivato a un passo dal canide, con mossa rapida e possente, gli strinse la gola nella mano sinistra e gli puntò la pistola sul muso. Il cane capì e pensò (non lo disse solo a causa di una laringite che lo aveva colpito giorni prima): “Tu sei il mio padrone”. Lazy, nella sua immensa magnanimità, lo lasciò vivere.
In quel momento, attirata dal latrare dei cani e dal sublime profumo della colonia del nostro pistolero, giunse una vecchia conoscenza: Calamity Pasty.
Lazy si voltò di scatto ed ebbe un sussulto nel vedere com’era cambiata. Aveva perso almeno 60 chili ed aveva finalmente dismesso gli abiti da matrona che portava quando gestiva un bordello a Guasillon City. A quei tempi, la “Piccola Pasty” (come la chiamavano abitualmente i distinti frequentatori del suo locale) aveva un debole per Lazyto (così lo chiamava lei) e quest’ultimo era sempre costretto a fuggire dalla finestra per evitare che il quintalico corpicino della Piccola finisse non troppo casualmente sopra di lui.
Gli ci volle un po’ per riprendersi dalla sorpresa. Nel frattempo il canide rischiò di morire soffocato, perché la stretta di Lazy era possente come quella di una morsa fatta con il Pongo. La Piccola Pasty che aveva davanti agli occhi contrastava con l’immagine pingue che aveva nella mente. La donna vestiva come una moderna Daisy Duke (come facesse a conoscerla il Lazy, questo è tuttora un mistero), con dei pantaloni attillati, una camicia blu che le copriva a malapena il procace (Oddio no! Era dimagrita anche li!) seno e degli stivali con degli altissimi tacchi a spillo; dopo il suo passaggio ci si potevano seminare gli occhielli, visti i buchi che lasciava sul prato. Ma quello che più colpì il nostro fu la pistola che teneva ben stretta nella mano destra, maneggiandola con perizia e bravura che non erano certo associabili ad una vecchia matrona.
Non ebbero neppure il tempo di scambiarsi una parola quando sentirono degli ululati familiari: uno sparuto gruppo di indiani Cippirimochi correvano rapidamente verso di loro.
Ma l’astuzia del Lazy e la ritrovata agilità della Piccola Pasty permisero loro di non farsi sopraffare: il pistolone di Lazy finì subito puntato alla nuca dello sciamano del gruppo, tale Otacovva, che continuava ad agitare il manico di scopa che aveva in mano come se volesse richiamare la pioggia acida. I due guerrieri, dal canto loro, puntavano la punta delle loro frecce verso il viso imperscrutabile e cattivo del Lazy. Piccola Pasty non si sforzò troppo in questo frangente, aveva addirittura messo la pistola nella fondina, quasi fosse complice. Quasi….? D’Oh!
La situazione si capovolse in un attimo. Calamity Pasty si allontanò lentamente ridacchiando sotto i baffi ormai in ricrescita. Lazy la sentì urlare tra le risate frasi del tipo “Io sono dio”, “Il mondo è mio”, “Tanto muori gonfio”. La situazione, quindi, divenne tragica.
Lo sciamano Otacovva continuava ad agitare la scopa in preda ad un delirio da trance prolungata (o da oppio tagliato male).
La sqaw Ancilapunche (che tradotto significa “Svegliata con Rutto”) puntava il suo arco contro la nuca scoperta dell’impavido Lazy.
Il guerriero Unga-Munchi (trad: “Coscia di elefante indiano che vive vicino a Kualalumpur nonostante sia nato vicino a Bombai da madre africana e padre ignoto”) prendeva di mira l’orecchio destro del coraggioso cowboy.
L’azione di Lazy fu rapida; puntò il pistolone dritto verso il basso ventre di Unga-Munchi e gli disse queste parole: “Quando un uomo con la pistola incontra un indiano Cippirimochi (trad: “con l’arco dalle frecce spuntate e con una mira pari a quella di un pipistrello orbo a mezzogiorno”), l’indiano Cippirimochi è un indiano morto. Se non ve ne andate faccio rotolare le tue tre palle (gli indiani Cippirimochi sono famosi per averne 3) spelacchiate per tutta la prateria!”. Sentendo il tono deciso del pistolero e avendo inspiegabilmente compreso le sue parole, il gruppetto di indiani abbassò gli archi e ripose le frecce. Solo lo sciamano continuò la sua danza ancora per qualche momento, fino a quando Ancilapunche non si prodigò in uno di quei rutti che le valsero il nome, svegliando Otacovva dalla sua oppiacea trance.
Lazy non perse tempo. Corse verso il suo cavallo, vi montò di corsa e galoppò veloce, seguendo una nuvoletta di polvere in lontananza: Calamity Pasty che cavalcava via.
La raggiunse e la sfidò a duello. Lei non poté rifiutarsi. L’epilogo è scontato. Vi dico solo che a Lazy bastò un unico colpo. Dopo averla stesa si avvicinò a lei. Respirava ancora. Sembrava voler dire qualcosa. Sicuramente l’amore della pingue Piccola Pasty non era scivolato via assieme ai chili perduti; si, con l’ultimo respiro, la ora affascinante Calamity Pasty voleva dichiarare il suo amore eterno.
Lazy avvicinò il suo orecchio alle labbra di lei e…
“Brutta merda…” furono le parole pronunciate tra rantoli soffocati. E spirò. “Beh” pensò Lazy “sempre meglio che morire gonfi!”. Diede istruzioni per la sepoltura, che pagò profumatamente (che cavaliere!).
Ora, tutto quello che Lazy the Gavettoner desiderava era tornare a casa dalla sua adorata Calamity Jane, sperando che finalmente gli cucinasse qualcosa di commestibile invece dei soliti hamburgher bruciati, sperando che i 7 marmocchi ora fossero abbastanza grandi per smettere di pisciacchiare e scagazzare sulla sua pelle di bisonte preferita, sperando che a Calamity fosse passato quel famoso mal di testa che l’aveva assalita alla nascita dei magnifici 7.
Ma tutte queste speranze potevano aspettare. Non si sarebbe certo messo in viaggio prima di gustarsi il meritato riposo sull’amaca rubata dal ronzino di Calamity Pasty. Mentre riposava beatamente, nel pieno del dormiveglia, gli sembrò di sentire una vocina nella sua mente che continuava a ripetere “Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda! Brutta merda…..”

 

Posted by on 12 settembre 2006 in Resoconti, Risate

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Un uomo chiamato cavallo

Grandioso film, anno 1970, con uno strepitoso Richard Harris. Sebbene il tremendo rito di iniziazione a cui la tribù indiana sottopone il povero inglese sia di quelli da “ma chi me l’ha fatto fare”, il premio ricevuto in cambio vale sicuramente il prezzo pagato. Se non capite di cosa sto parlando, andatevi a vedere il film!
L’unico legame tra questo film e il fine settimana appena trascorso è la parola “cavallo”. Si, perché finalmente sono riuscito a salire nuovamente in groppa al nobile animale, per la terza volta in assoluto, dopo tanto tempo. La panoramica del giro non è stata delle migliori, ma la gioia che si prova nel montare un essere senziente (Lo giuro! Non ho pensato a nulla di malizioso! Tu invece si!) è un’emozione rara e preziosa.
In effetti a questo giro non avrei dovuto neppure esserci, non c’erano posti sufficienti per tutti quanti. Ma il forfait dello zio Pino all’ultimo minuto e la generosa rinuncia a mio favore (grazie Melanzana) degli altri aspiranti cavallerizzi hanno fatto si che potessi infilare le staffe e tenere le redini una volta ancora, in una bella, anche se un po’ ventosa, serata di agosto.
E così, alle 5:30 del pomeriggio di sabato, Michela, Pasticcino ed io ci siamo diretti verso il maneggio sulla mia prode vetturina. Siamo arrivati al maneggio puntuali come tre scarse imitazioni di orologio svizzero, ma il turno precedente non aveva ancora fatto ritorno e abbiamo avuto tutto il tempo di guardarci intorno. Nella stalla c’era una bella cavalla bianca irrequieta, che ogni tanto girava il suo muso per guardarci in cagnesco (un cavallo che guarda in cagnesco? Sarà possibile?). Pasticcino era tesa come una corda di violino, sembrava stesse aspettando il suo turno per ricevere l’estrema unzione (e per lei è cosa molto più grave di quanto non possa esserlo per un comune cristiano), Michela era tranquilla come una neonata alla sua poppata della sera (che immagine!), mentre io ero impaziente di vedere da vicino i cavalli che ci avrebbero portato sulla groppa. Sono rimasto un po’ male quando mi hanno fatto indossare il caschetto ma vabeh, la sicurezza prima di tutto; in effetti faceva pandane con la mia shirt da battaglia e i vecchi jeans da cavalcata selvaggia.
Montati in sella e ricevute le prime istruzioni (spiegato insomma l’uso dell’acceleratore, del freno, del sistema sterzante… ma la frizione? Avrà mica il cambio automatico il mio cavallo?) abbiamo cominciato a girare all’interno dello steccato, giusto per formare una colonna ordinata. Vabeh, ordinata… si fa per dire; non fosse stato per i cavalli ormai avezzi al percorso sono certo che ci saremmo ritrovati a giocare una partita di polo senza mazze, con giù una o più palle a forma di caschetto (eh si, “polo” non è solo un buco con la menta intorno). Comunque sia, sono stato eletto capofila, in quanto potevo vantare altre (udite udite!) due uscite a cavallo e devo ammettere di essere stato oltremodo bravo a pigiare l’acceleratore quel tanto sufficiente a far andare al passo l’indomabile animale. Dietro di me, a due lunghezze di distanza (notare come padroneggio il linguaggio equestre), si piazzava Pasticcino, in groppa al suo Goliat (che oltre alle titaniche minzioni e il proporzionato augello aveva ben poco a che fare con il mitico nemico di Davide), che per metà dell’escursione ha mantenuto un’espressione estasiata, con un sorriso quasi ebete a coronamento di ciò che probabilmente pensava: “Il mondo è mio, io sono dio, ho il cavallo più figo e ora sorpasso quell’idiota che ho davanti. Beeeello!“. La foto che sono riuscito a rubarle piazzandomi la fotocamera sulla schiena e scattando un po’ a caso non rende l’idea di quanto fosse felice di stare “lassù”. Ovviamente, l’idiota davanti ero io.
Ad una distanza variabile fra una e quattro lunghezze viaggiava Pippo, che portava a spasso la Michela (notare la dizione volutamente nordica) la quale, nonostante la vicinanza e le continue indicazioni del Top Gun (trad: il pistolone) dei cavalli non ha fatto suo il sistema di pilotaggio del quadrupede il quale, di tanto in tanto, si sollazzava amabilmente con le diverse foglie, erbe, canne (insomma, qualunque prominenza floristica che fosse minimamente masticabile) che trovava sul percorso, preparandosi forse per una kermesse culinaria con il resto della combriccola equina.
Il percorso in effetti non era il massimo, ma il godere del senso di libertà che regala il semplice stare su un cavallo ha compensato la non troppa varietà del paesaggio. Siamo passati sulla spiaggia, sebbene molto distanti dall’acqua, e ho provato l’ebrezza di vedermi additare dai bimbi (“Guarda papà, un cavallo!“. O cacchio, non stavano additando me ma il mio sottoposto!) nello stesso modo in cui, da piccolo, indicavo i cavalli vedendoli passare sulla battigia; li ricordavo molto più grandi in effetti, ma da piccolo anche mia madre sembrava gigante, mentre ora la sovrasto di ben oltre una spanna.
Tra qualche sosta per lo scarico dei liquidi in eccesso dei nostri mezzi di locomozione e qualche altra necessaria al recupero dello chef Pippo e della sua amazzone, il nostro giro è durato circa un’oretta. Nell’ultimo tratto, il cavallo della nostra guida che stava giusto davanti a me, ha ben pensato di disattivare il filtro antismog e liberarsi dei gas di scarico, deliziando me e risvegliando Pasticcino dal suo stato di incoscienza estatica con delle affascinanti peto-musiche. Per nostra fortuna, gli effluvi generati non rendevano affatto merito ai suoni emessi; un punto a favore dell’equino.
Alla fine dell’escursione sono rimasto un po’ con il mio amico il quale, a un certo punto, si è rotto di avermi tra le scatole e ha cercato di stritolarmi con una mossa da fare invidia al boa più grosso del Rio Grande. Fortuna che l’occhio digitale di Pasticcino (mostro questa foto per sua gentile concessione non ancora richiesta) era vigile, così posso mostrare al mondo le prove dell’episodio di cui parlo in tutta la sua tragica verità. Immagino nessuno possa evitare di intravedere lo sguardo assassino negli occhi dell’animale (l’animale è quello marrone).
Insomma, tra frizzi, lazzi e gesti istrionici ho passato un’oretta piacevole, rilassante e stimolante allo stesso tempo; un’esperienza che spero di ripetere presto.

 

Posted by on 28 agosto 2006 in Resoconti, Risate

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